Com’è triste il voto bulgaro tutti in fila al banco dei pegni nel paese più povero d’Europa

SOFIA — Traian, Plamen, Ventislav e Simeon. Quattro uomini tra i 25 e i sessant’anni. Un fabbro, un fotografo, un idraulico e un minatore che nel febbraio scorso si sono dati fuoco per protesta contro corruzione e malapolitica sembrano morti per niente. Ciò che è riuscito ai martiri della “primavera araba”, in questa parte d’Europa ha prodotto solo un voto anticipato che con ogni probabilità  non cambierà  di una virgola lo stato delle cose. La Bulgaria sembra incapace di darsi un futuro, di uscire da una crisi che l’ha relegata a paese più povero, per media di stipendi e pensioni, di tutta l’Unione europea.
Basta girare per le strade di Sofia per averne conferma. Dopo i roghi in piazza delle bollette energetiche, le manifestazioni, gli scontri e le risse, sembra essere sopraggiunto lo sconforto. Le imprese chiudono, la disoccupazione è a due cifre, la povertà  fin troppo visibile. “Zalòzhna Kà shta” sta per agenzia di pegno. A Hadzhi Dimitar, quartiere della periferia est di Sofia se ne contano a decine così come in tante altre zone della città . Un business, dunque. L’ultimo sulla pelle della povera gente. Di chi è costretto in questi amarissimi tempi a privarsi non già  dell’oro ma anche del televisore, della cinepresa, della cornice d’argento del matrimonio se non addirittura del telefonino per mettere qualcosa in tavola. Ma quanto si può ottenere lasciando un cellulare, a patto che non sia proprio da buttare? «Cinque, dieci euro al massimo», sentenzia Bosko, il gestore della Kashta. Dopo quindici giorni se non si restituisce il danaro, si perde ciò che si è dato in garanzia a meno che non si paghi il 12 per cento di interesse per avere altre due settimane di proroga. «Ma non lo fa quasi nessuno», taglia corto Bosko che ha l’arroganza di chi a suo modo si sente un benefattore.
I proprietari dei negozi di abbigliamento si girano i pollici. Quelli che ancora possono comprare si rivolgono per lo più ai “Drehi vtora Upotreba”, mercatini di abiti di seconda mano, anch’essi spuntati come funghi. Tsiganska Mahala è il ghetto degli zingari di Sofia. Fatiscente, diroccato, maleodorante. Nessuno sa quante persone ci abitino. Perché nessuno si è mai preso la briga di andarli a contare.
Cinquemila, si azzarda, ma potrebbero essere molti di più. Da sempre dimenticati, evitati, ignorati, i Rom tornano a essere “protagonisti” solo quando si vota. Nel senso che la loro preferenza, i partiti pensano la si possa comprare. Hassan, una cinquantina d’anni, uomo di rispetto della comunità  ammette di essere disponibile a quella che lui, con una fragorosa risata, definisce l’asta della vergogna. «Destra, sinistra, centro, io me ne frego. Tanto sono tutti la stessa porcheria. E allora io e i miei, un migliaio di persone, siamo disponibili a venire incontro al miglior offerente».
Soldi, non si sente parlare altro che di soldi. A 24 ore dall’ottava tornata elettorale dalla caduta del comunismo c’è ancora chi rimpiange Todor Zhivkov, l’uomo forte dei tempi della guerra fredda. Stojan Petrov, 70 anni, professore di liceo in pensione confessa: «Sì, ho nostalgia di quell’epoca. E guardi che non sono il solo. C’era una moralità , una serenità  che questa classe politica corrotta e incapace nemmeno si sogna. Ci sono stati dei morti, giovani che si sono dati fuoco, ma nemmeno questo sembra sia riuscito a provocare una svolta».
Fango, dossier, intercettazioni telefoniche e ambientali, i politici bulgari hanno dato vita a una campagna elettorale come al solito all’insegna dell’odio. L’ex premier Boyko Borissov è stato addirittura intercettato mentre con la complicità  del procuratore delle Repubblica di Sofia, Kokinov si preparava a insabbiare i procedimenti giudiziari a carico di ministri del suo governo dimissionario. 38 partiti, 7 coalizioni, e più di ottomila candidati si contendono — si vota dalle 7 alle 20 di oggi — i 240 seggi del Parlamento. Per incredibile che possa apparire, sondaggi alla mano, la vittoria non dovrebbe sfuggire al partito conservatore Gerb di Borissov, costretto a passare la mano a seguito delle proteste di piazza del febbraio scorso. Ma quella di Borissov, 53 anni, alto, massiccio, cintura nera di karatè, guardia del corpo dell’ex premier Simeone di Sassonia, potrebbe essere una vittoria di Pirro. Numericamente insufficiente col 34% virtuale a raggiungere quel 43 necessario per avere una maggioranza stabile. I socialisti di Serghei Stanishev non dovrebbero andare al di là  di un deludente 24/25%. Quel che resta dovrebbero spartirselo minoranza turca e nazionalisti di Ataka, gli unici in grado di superare lo sbarramento del 4 per cento.


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