La destra dei Tea party nel mirino del Fisco Usa

NEW YORK — «Mi scuso, i criteri che abbiamo usato sono assolutamente inappropriati». Abituato a prendere in castagna i contribuenti che fanno i furbi, l’Irs, il Fisco americano, stavolta passa da accusatore ad accusato. Anzi, si mette da solo sul banco degli imputati nel tentativo di evitare guai peggiori: ammette di aver discriminato le associazioni della destra radicale inserendo parole-chiave come «Tea party» e «patriot» per scegliere su quali «non profit» concentrare le sue verifiche. Controlli effettuati per stanare organismi non soggetti a prelievo fiscale per via della natura sociale della loro attività  che poi, però, svolgono anche attività  non «esentasse», come il sostegno elettorale a questo o quel candidato.
Obiettivo legittimo quello del Fisco, ma metodo scorretto: Lois Lerner, la responsabile dell’ufficio di Cincinnati che si occupa di questi controlli per tutti gli Stati Uniti, venerdì si è scusata e da allora è cominciata una tempesta politica di prima grandezza.
Dopo due giorni di attacchi dei repubblicani, di prese di distanze anche dei parlamentari democratici e con i Tea party, finiti da un po’ nel dimenticatoio, di nuovo sotto i riflettori che promettono di chiedere i danni al governo federale, ieri è sceso in campo lo stesso Barack Obama. Il presidente ha definito scandaloso il comportamento dei funzionari dell’Internal revenue service e ha promesso di punire i responsabili: «Sono cose contrarie alle nostre tradizioni politiche, non le tollererò assolutamente. Non voglio interferire con un’ispezione ancora in corso, aspetto le conclusioni. Ma non ho alcuna pazienza per violazioni di questo tipo».
Reazione durissima che si spiega con la volontà  di non prestare il fianco a critiche e sospetti, tanto più che la destra radicale dipinge la Casa Bianca come una piovra che allarga i suoi tentacoli statalisti sull’intera società . Ma l’ipersensibilità  sull’Irs si spiega anche coi precedenti: nella storia americana il Fisco è stato usato più volte dai presidenti per intimidire gli avversari politici. L’ultimo fu il repubblicano Richard Nixon, ma ci sono precedenti anche in campo democratico, compreso il leggendario Franklin Delano Roosevelt. Negli anni 70, dopo il Watergate, furono varate leggi che assicurano una maggiore indipendenza dell’Irs dal governo.
Ma i controlli (basati su un formulario pubblico abbandonato da qualche anno) sono difficili, delicati, anche perché comportano un notevole margine di discrezionalità : i funzionari devono tracciare una linea tra la diffusione di principi e valori politici ma di interesse generale e il sostegno a un certo candidato. Durante la campagna di «mid term» del 2006, ad esempio, fece scalpore la sortita dell’Irs che prese di mira alcuni telepredicatori che, oltre a fare i pastori di anime, nell’imminenza delle elezioni usavano le loro mega chiese per appoggiare qualche aspirante parlamentare. I depliant sparirono dai templi, i pastori si fecero più prudenti nei loro sermoni e tutto finì lì: le congregazioni resteranno esentasse.
Anche stavolta l’Irs si difende dicendo che, sia pure condotte usando criteri discutibili, le sue verifiche non hanno avuto conseguenze. A molte organizzazioni è stato chiesto di rispondere a questionari piuttosto complessi, ma alla fine in nessun caso è stata revocata l’esenzione fiscale (i «Tea party» che oggi vogliono essere indennizzati chiedono il rimborso delle spese per la compilazione dei questionari).
Rimane, però, l’intimidazione implicita nel criterio usato, tanto più che adesso qualcuno sostiene che lo stesso criterio è stato seguito con alcune organizzazioni ebraiche: secondo la National Review, l’Irs in almeno un caso si è chiesto se il sostegno alle cause territoriali di Israele poteva rientrare tra quelle che danno diritto a operare in totale esenzione dalle imposte.
I capi del Fisco Usa sostengono di aver appreso di questa pratica inaccettabile seguita da funzionari di basso rango dell’agenzia solo in tempi recenti. Ma l’ispettore del Tesoro che indaga sul caso ha scoperto che l’Irs sapeva già  dal 2011, prima che il suo capo fosse chiamato a testimoniare davanti al Congresso. Dove affermò che tutto filava liscio. E Douglas Shulman, il Commissioner che testimoniò nel marzo 2012, era stato messo al vertice dell’Irs da George Bush.


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