«Crescita o torniamo indietro di 50 anni»

ROMA — «Dateci stabilità  politica, riforme per uno Stato amico e noi saremo un grande moltiplicatore per costruire una nuova Italia». Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi chiude le sue 28 cartelle di intervento alla sua seconda assemblea pubblica invitando i partiti a fare presto «perché il Nord è sull’orlo di un baratro economico che trascinerebbe tutto il Paese indietro di mezzo secolo». E, tra le altre cose, chiede all’esecutivo di tagliare di almeno 11 punti gli oneri sociali e di eliminare il costo del lavoro dalla base Irap. Così come chiede con forza di investire di più nel capitale di conoscenza, l’istruzione. E poi il lavoro, la cui «mancanza è la madre di ogni male sociale». Gli imprenditori e la politica ieri si sono ritrovati dopo il grande freddo dell’era dei tecnici. Il presidente del Consiglio Enrico Letta, nel suo breve saluto iniziale, garantisce alla disincantata platea che «l’industria deve tornare al centro arrivando al 20% del Pil e su questo tema noi saremo al vostro fianco». Il compito di rilanciare il Paese e di tornare al crescere «è difficilissimo, non so se ce la faremo ma ce la metteremo tutta».
Il primo intervento pubblico del ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato non scalda i cuori ma corrobora il portafoglio dell’imprenditore promettendo una lunga lista di aiuti concreti dalla deducibilità  dell’Imu per i capannoni alla conferma dello sgravio del 55% per gli interventi green. Il ministro rivela anche di aver sentito al telefono il capoazienda Fiat Sergio Marchionne — uscito da Confindustria quasi due anni fa —anticipando che in un prossimo incontro gli chiederà  di «restare in Italia». Squinzi incassa una ventina di applausi, il più caloroso dei quali arriva quando difende l’associazione dall’accusa, in più occasioni fatta da Il Foglio di Giuliano Ferrara, di «non fare altro che lamentarsi». «Considerando le condizioni in cui siamo costretti a lavorare — spiega il leader degli imprenditori — se siamo ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa forse lamentarci non è la nostra principale attività ». Ma se Squinzi in più passaggi ringrazia il Capo dello Stato Giorgio Napolitano — ricordando che solo per merito suo si è sbloccato il pagamento di 40 miliardi di euro di crediti dalla Pubblica amministrazione — e apre a questo governo pur sottolineando che «sul fronte della politica sembra siglata una tregua, ma non è quella solida che vorremmo», molte sono le bacchettate a questo e all’esecutivo precedente. Come quando avverte che «se per qualche ragione il credito promesso venisse usato per altri fini, il rapporto tra noi e il governo sarebbe compromesso irreparabilmente». Così come chiede di rivedere le nuove regole del concordato preventivo introdotte dal governo Monti che hanno generato «un comportamento immorale».
Annuncia che la commissione Pesenti sta concludendo il lavoro per ripensare il «nostro modello organizzativo», rispondendo indirettamente alla critiche fatte l’altro giorno da Guido Barilla che ieri hanno avuto una coda. L’ex presidente Luca di Montezemolo, pur non presente all’assemblea, si è infatti schierato con Barilla condividendone i rilievi sulla mancanza di discussione in Confindustria su temi come la concorrenza. L’impianto diciamo così teorico di Squinzi e il suo progetto di politica industriale con il forte richiamo al ruolo delle parti sociali è invece piaciuto ai sindacati e in particolare al segretario della Cgil Susanna Camusso che ha apprezzato «la disponibilità  ad investire». Nel gioco degli schieramenti a caldo l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni non ha condiviso le ragioni di Barilla nel chiedere l’uscita da Confindustria delle aziende di servizi mentre Emma Marcegaglia, che dal primo di luglio diventerà  presidente de gli imprenditori europei, si è detta d’accordo con Letta e il suo invito per una nuova leadership industriale europea. «In me troverà  una sponda convinta».
Roberto Bagnoli


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