Processo al Grande Ricatto quando la politica si piegò alle bombe di Cosa nostra

 
PALERMO — Comincia a Palermo il processo dove lo Stato si trascina sul banco degli imputati. Si accusa di complicità  con quello che (pubblicamente) riconosce come il peggiore dei suoi nemici, si guarda dentro, scava nel suo passato più oscuro, rovista nei suoi archivi più segreti. Oggi, in Corte di Assise, si apre il processo sulla trattativa fra Stato e mafia. L’ultima, solo l’ultima trattativa conosciuta e già  certificata con sentenza dei giudici di Firenze al dibattimento per la strage dei Georgofili del maggio di venti anni fa: «Indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des: l’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia». Trattativa avvenuta fra la primavera del ’92 e l’inverno del ’94, dal giorno dell’esecuzione dell’europarlamentare Salvo Lima al giorno dell’attentato misteriosamente fallito contro i carabinieri all’Olimpico di Roma. In mezzo le uccisioni di Falcone e Borsellino, le bombe in Continente, i blackout telefonici di Palazzo Chigi, le lettere minacciose a un Presidente della Repubblica, gli improvvisi avvicendamenti al Viminale, le sinistre telefonate della Falange Armata, le paure degli uomini politici più compromessi con ambienti mafiosi. Chi trattò? Perché trattò? E in cambio di cosa?
L’atto di accusa della procura di Palermo si può riassumere così: dentro lo Stato, ci sono stati alcuni personaggi eccellenti che per fermare le stragi — e per salvare la pelle a tre o quattro ministri — sono scesi a patti con i Corleonesi. Promettendo nuove leggi, sguinzagliando reparti speciali oltre le linee di confine, dimostrando con provvedimenti — come l’»alleggerimento» del carcere duro per quasi 400 detenuti — la disponibilità  dello Stato a cedere ai ricatti di Totò Riina e dei suoi macellai. Tutta da dimostrare naturalmente la colpevolezza degli imputati in questo processo dove per la prima volta sono insieme alla sbarra ex ministri e capi di Cosa Nostra, alti ufficiali dei carabinieri e pentiti, uno dopo l’altro accusati «di avere turbato la regolare attività  dei corpi politici dello Stato Italiano e in particolare del governo della Repubblica».
Ecco chi sono: l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino, il senatore Marcello Dell’Utri, i generali Antonio Subranni e Mario Mori, l’ex colonello Giuseppe De Donno, Massimo Ciancimino, il killer di Capaci Giovanni Brusca, i boss Totò Riina e Leoluca Bagarella e Antonino Cinà . Nell’elenco ce n’erano altri due, l’ex ministro Calogero Mannino e Bernardo Provenzano. Il primo ha chiesto il rito abbreviato, il secondo — che è più di là  che di qua — per il momento non sarà  giudicato. La ricostruzione della trattativa è raccolta in 120 faldoni, i testimoni che sfileranno sono 176, al numero 63 della lista c’è il nome di Giorgio Napolitano. Le quattro telefonate intercettate fra lui e Mancino — distrutte dopo la decisione della Corte Costituzionale — sono fuori dal processo, la citazione del Presidente è stata richiesta dalla procura solo «per riferire in ordine alle preoccupazioni espresse dal suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio nella lettera del 18 giugno 2012».
Il consigliere del Quirinale (morto per infarto l’estate scorsa dopo le polemiche sulle sue conversazioni con lo stesso Mancino) in una lettera a Napolitano — resa pubblica dal Presidente — accennava a «indicibili accordi» al tempo delle stragi siciliane. In una telefonata, D’Ambrosio aveva fatto esplicito riferimento al Presidente Oscar Luigi Scalfaro, al capo della polizia Vincenzo Parisi, al generale Mori, al vicecapo del dipartimento penitenziario
Francesco Di Maggio «e compagnia». Al capo dello Stato i pm vorrebbero chiedere se è mai venuto a conoscenza dei timori del suo consigliere per quegli «indicibili accordi», la richiesta è già  stata dichiarata «legittima» e nelle prime udienze la Corte di Assise deciderà  se Giorgio Napolitano dovrà  o meno testimoniare a Palermo.
Altri testi di rango, l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e l’ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato. Poi una schiera di ex ministri e di uomini politici come Giovanni Conso, Claudio Martelli, Luciano Violante, tutti protagonisti in quella stagione — per avere firmato atti o per avere appreso delle scorribande dei carabinieri con l’ex sindaco Vito Ciancimino senza avvertire l’autorità  giudiziaria — e che hanno riferito episodi e circostanze dopo tanto tempo. Più di quindici anni.
Uno dei punti centrali del processo per i pubblici ministeri restano quelle telefonate fra Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio, che cominciano il 25 novembre del 2011 e continuano fino al 5 aprile del 2012. L’ex ministro degli Interni si lagnava con il consigliere del Quirinale di come stava scivolando dentro l’inchiesta di Palermo, lamentava un mancato coordinamento con altre procure titolari di indagini sulle stragi, faceva pressioni. Fra i testimoni ci sarà  anche l’attuale presidente del Senato Pietro Grasso — che da procuratore nazionale antimafia escluse sbavature nel coordinamento nelle inchieste — e il pg della Cassazione Gianfranco Ciani al quale chiederanno chiarimenti «in ordine alle richieste provenienti dall’imputato Mancino aventi ad oggetto l’andamento delle indagini sulla cosiddetta trattativa, l’eventuale avocazione delle stesse e/o il coordinamento delle Procure interessate».
Quattro i pm schierati in Corte di Assise a Palermo. Il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. L’indagine era stata avviata da Antonio Ingroia, il magistrato che dopo 20 anni sul fronte siciliano ha scelto di entrare in politica. E oggi l’associazione Libera di don Luigi Ciotti si costituirà  parte civile «perché non c’è giustizia senza verità  e noi vogliamo incoraggiare la ricerca della verità  ». L’inchiesta sulla trattativa viene presentata come un’assoluta novità  nella storia giudiziaria italiana. Siamo un Paese con la memoria corta. Di patti con la mafia e perfino di “papelli” ce ne sono sempre stati fin dall’Unità  d’Italia e anche prima. Dalla Sicilia a Napoli, dai Borboni alla Prima Repubblica, passando per il Duce per arrivare allo sbarco degli Alleati e ai misteri della banda Giuliano. Come si vede, nelle vicende di mafia e di antimafia non c’è mai nulla di inedito.


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