Scandali, Obama va al contrattacco «Sulle intercettazioni non mi scuso»

NEW YORK — Licenziato mercoledì sera Steven Miller, il capo dell’Irs, il Fisco americano, e sostituito con un fedelissimo esperto di bilancio della Casa Bianca, Daniel Werfel, Barack Obama ha approfittato ieri della conferenza stampa al termine della visita del leader turco Recep Tayyip Erdogan per costruire un altro pezzo della sua strategia di «riduzione del danno» sui tre casi — potenzialmente tre scandali — che stanno scuotendo la sua presidenza.
Sugli errori e le ricostruzioni controverse dell’attacco terrorista a Bengasi costato la vita all’ambasciatore Stevens, Obama, dopo aver fatto pubblicare oltre centro pagine di email scambiate tra Casa Bianca e Dipartimento di Stato in quelle ore drammatiche, ieri ha promesso interventi per proteggere meglio la sicurezza delle sedi diplomatiche americane del mondo. Ma ha anche chiamato in causa il Congresso chiedendogli di finanziare il piano che prevede, tra l’altro, l’invio di un maggior numero di marine nelle ambasciate più a rischio.
Per adesso il caso sembra tamponato, anche se le email che fanno emergere gli errori di valutazione della Cia e dello stesso dipartimento di Stato sulla natura terroristica dell’attacco sono destinate a suscitare altre polemiche. Quanto al caso dei venti telefoni dell‘Associated press messi sotto controllo dagli investigatori per cercare la fonte di una fuga di notizie su un attentato sventato in Yemen, un caso che ha fatto infuriare quasi tutta la stampa Usa, Obama, pur riaffermando di considerare la libertà  dei giornalisti un bene supremo, ha aggiunto che il compito di un presidente è anche quello di tutelare gli americani che rischiano la pelle nel mondo per garantire la sicurezza degli Stati Uniti. Obama ha poi confermato la piena fiducia nel ministro della Giustizia Eric Holder, uscito mercoledì piuttosto malconcio da un’audizione di quattro ore davanti a una commissione del Congresso che lo ha trattato da imputato.
«La libera stampa è il cuore della democrazia, costringe i governi e persone come me a rendere conto delle nostre azioni. E io faccio politica perché credo profondamente nella democrazia e nei suoi processi», ha detto con enfasi il presidente. «Ma ho anche la responsabilità  della sicurezza degli Stati Uniti. Sicurezza che dipende da gente — l’Intelligence, i soldati in giro per il mondo — che ha il diritto di sentirsi con le spalle protette. Questa fuga di notizie, della quale non sappiamo ancora nemmeno tutto, li ha messi in pericolo. Qui ci sono due diverse esigenze da bilanciare. Poi, certo, le leggi che tutelano l’attività  dei giornalisti andrebbero riformulare in modo più chiaro». In poche parole: «Non devo chiedere scusa».
Un’ipotesi, quella della revisione delle norme, che torna anche sul terzo, e più grave, dei tre casi che hanno reso incandescente la settimana di Obama: quello dell’Internal revenue service, l’agenzia fiscale che ha ammesso di aver discriminato per anni le organizzazioni politiche di destra (come i Tea party) nel controllo del diritto delle «non profit» a essere esentate dai tributi. Da giorni il leader democratico ripete di considerare gravissimo, scandaloso, quello che è successo. Promette punizioni esemplari e riforme per evitare il ripetersi di casi simili.
I repubblicani picchiano duro col capo della maggioranza alla Camera, John Boehner, che dice di voler sapere «non chi si dimette ma chi va in prigione» e che ieri, anche dopo gli interventi di Obama, ha parlato di comportamento di «notevole arroganza» del presidente. Intanto la beniamina dei Tea party, Michele Bachmann, da tempo scomparsa dai radar della politica dopo le sconfitte elettorali, torna alla ribalta affermando che, così come discrimina le organizzazioni su base ideologica, un domani l’Irs, che ha accesso ai dati sanitari individuali dei contribuenti, potrebbe rifiutare le cure a un cittadino per motivi politici.
Ma la sensazione degli analisti è che Obama, dato da qualcuno per impantanato martedì scorso, ha recuperato vitalità  e margini di manovra nelle ultime ore. Anche se poi, a ben vedere, Miller è solo un capro espiatorio: non ha avuto responsabilità  dirette nei comportamenti discriminatori e quando li ha scoperti ha subito imposto un cambiamento di rotta. La sua vera colpa è non aver denunciato il caso, nemmeno quando è stato chiamato a riferire davanti al Congresso. Così ora Obama è costretto a dire e ripetere, tra non poche reazioni scettiche, di non averne saputo nulla fino a quando, venerdì scorso, è stato lo stesso Irs ad ammetterlo pubblicamente.


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