“Siria, guerra santa ai ribelli sunniti” Hezbollah in campo per salvare Assad

BEIRUT — Sulle strade della Valle della Bekaa sono comparsi manifesti di martiri che non s’erano mai visti prima, facce di ragazzi libanesi in tuta mimetica decorate con la bandiera gialla e le insegne marziali di Hezbollah. Lentamente, i nuovi poster vanno rimpiazzando quelli consumati dal sole dei giovani morti nella guerra dell’estate 2006 contro Israele. Ma ora che tutto tace, o quasi, al confine con l’arcinemico di sempre, è nel mattatoio siriano che decine, se non centinaia di miliziani stanno sacrificando le loro vite. E non è finita, perché, come ha detto in segno di sfida il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, nel suo ultimo discorso alla Tv, «la battaglia sarà  lunga».
Che gli sciiti libanesi raccolti sotto le bandiere filo-iraniane di Hezbollah fossero accorsi in aiuto di Assad, era stato, finora, un segreto di pulcinella. Tutti sapevano nei villaggi della Bekaa di quei giovani mandati a morire al di là  del confine distante pochi chilometri, ma nessuno ne parlava apertamente. Improvvisamente, in una casa dove poco prima erano risuonate allegre voci di bambini, si piantava la tenda del lutto. I vicini cominciavano ad accorre per consolare la giovane vedova, i fratelli orgogliosi e affranti, gli anziani genitori.
Sui giornali libanesi apparivano necrologi vaghi, scritti per ricordare ed esaltare il sacrificio di questo o quel martire, «caduto — dicevano soltanto quegli annunci incorniciati da un filo nero — mentre adempiva ai doveri della jihad ». Perché, dal punto di vista di Nasrallah, anche la guerra civile siriana è una jihad, una guerra santa, contro i vecchi e i nuovi nemici che vogliono annichilire la Siria privarla di qualsiasi influenza nella regione, cancellarla.
Stati Uniti e Israele, innanzitutto, ma di seguito, come ha ricordato nel suo discorso, i takfiri (ovvero i musulmani che accusano altri musulmani di apostasia e, forti di questo argomento, ritengono di poter violare il sacro principio secondo cui un musulmano non uccide un altro musulmano).
Takfiri, dunque, secondo Nasrallah, sono i gruppi di estremisti sunniti, detti genericamente salafiti, che combattono contro Assad, come il Fronte al Nusrah, i cui capi hanno dichiarato di accettare l’autorità  di Al Qaeda.
Ma cosa ha spinto Nasrallah, la cui scaltrezza politica è proverbiale, a scoprire le sue carte? Il leader Hezbollah, non poteva essere più esplicito nel suo sermone di guerra. Prima ha avvertito i gruppi armati salafiti che assediano, secondo lui con l’intenzione di distruggerlo, il santuario di Sayda Zainab, figlia del fondatore della fede sciita, l’Imam Ali e nipote di Maometto, che gli Hezbollah sono pronti a difendere questo luogo “altamente simbolico” fino alla morte. Il santuario sorge 20 chilometri a sud di Damasco.
Poi ha rivendicato la presenza di miliziani Hezbollah in Siria, appellandosi ad una sorta di solidarietà  religiosa e nazionale. Molti degli abitanti di quei villaggi che si trovano al di là  del confine nella piana di Qusayr hanno cittadinanza libanese, ma le Forze Armate libanesi non possono andare a salvarli. Ci pensano allora i miliziani Hezbollah perché, per di più, quei villaggi sono sciiti, identica fede, e minacciati dalle bande sunnite. Infine, Nasrallah ha ammonito che gli Hezbollah
non permetteranno mai al regime siriano di cadere, e che in caso di bisogno «i veri amici della Siria», vale loro, gli Hezbollah libanesi e l’Iran, non esiteranno ad intervenire.
Qualcuno, però, s’è incaricato subito di sfatare la retorica di Nasrallah. L’osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione dell’opposizione militante di base a Londra, ha detto che il vero obbiettivo della formazioni Hezbollah in Siria è di impedire, agendo di concerto con l’esercito siriano e le milizie filo-Assad ( shabiha) che Homs e il suo interland cadano nelle mani dei ribelli.
Qusayr, a trenta chilometri da Homs e vicinissimo all’apice settentrionale della Valle della Bekaa, la zona dell’Hermel, tradizionalmente strategica per il traffico delle armi, è la città -chiave. Difendere Qusayr vuol dire, afferma l’Osservatorio, consentire al regime di Damasco di mantenere l’accesso al mare, e dunque consentire un collegamento tra l’entroterra siriano, Damasco, e la base militare russa di Tartus, sul Mediterraneo. La Russia essendo schierata a sostegno del regime. Mantenere il controllo di Qusayr significa inoltre lasciare aperta la porta della Bekaa, vale a dire consentire che non s’interrompa la linea di rifornimento Siria-Hezbollah.
Le ultime notizie, rilanciate dai rivoltosi, parlano di una nuova offensiva dell’esercito siriano contro il vecchio centro della città  dove avrebbero conquistato il quartiere di Wadi al Sayed, ponte tra Khaldyeh e la città  vecchia, dove si troverebbero alcune centinaia di famiglie in condizioni disperate, tuttora in mano a ribelli. E, notizia non controllabile, sarebbero gli Hezbollah a vigilare sull’andamento dei combattimenti per le strade di quella che è stata chiamata “la capitale della
rivolta”.


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