Slovenia a rischio crac Parte la grande svendita

Si privatizzeranno, promette la premier Alenka Bratusek, la compagnia di bandiera Adria Airways, la Telecom Slovenija e soprattutto la seconda banca, Nova Kreditna Banka Maribor (Nkbm). Si alzerà  l’Iva, dal 20 al 22%. Lubiana, insomma, in una disperata corsa contro il tempo cerca di fare da sola quello che l’Unione europea inevitabilmente chiederà . Sperando che basti. Sperando di non essere il primo tra i Paesi della «Nuova Europa» ad alzare bandiera bianca, a chiedere l’umiliazione del salvataggio di Bruxelles.
Difficile solo qualche anno fa prevedere un simile esito. Impensabile, quando il Paese uscito indenne dalle guerre che sgretolarono i Balcani, nel 2004 adottò l’euro, primo tra gli Stati dell’ex blocco comunista. O quando per due anni di fila registrò la maggiore crescita dell’eurozona. Eppure, qualcosa si è inceppato, o meglio quel fuoco fatuo del 2005-2006 conteneva già  i semi della distruzione, dilatando un’economia tutt’altro che sana.
Non è una crisi del debito, almeno tenendo a mente i parametri italiani, perché in Slovenia è del 64% (e solo una settimana fa, prima che Lubiana collocasse due bond per 3,5 miliardi era al 54%). Eppure, il 30 aprile Moody’s ha svalutato il credito allo status di junk («spazzatura»). Le proiezioni dell’Osce dicono che il Paese sarà  in recessione prolungata (lo è dal 2008) e che il debito è destinato a superare il 100% del Pil nel 2025. Nel 2014 Lubiana secondo la Commissione Ue sarà , con Nicosia, l’unico membro dell’eurozona con crescita negativa. La Slovenia, oggi, è a un passo dal perdere l’accesso ai mercati.
Com’è potuto succedere? Sicuramente c’è stata una terribile bolla immobiliare, che ha piegato il sistema bancario in ginocchio: i quattro maggiori istituti di credito sloveni sono a rischio. La sua, tuttavia, è una crisi modello Spagna o Irlanda, e non Cipro: il settore bancario mobilita il 140% del Pil, non l’800%. Senza dubbio, però, sono state le banche ad aver alimentato un boom senza freni. Bastava passare da Nova Gorica, dove la ditta Primorje costruiva in notturna, gli operai illuminati dai fari. Oppure si può fare oggi un giro nel quartiere fantasma di Siska a Lubiana, 800 alloggi disabitati e un buco per un albergo che non nascerà  mai. «Davamo prestiti senza chiedere un euro di garanzia», ha ammesso il direttore della Nova Ljubljanska banka. Il resto è storia: il crollo Lehman, i tassi che salgono, crediti ormai inesigibili. In giro ce ne sono per 7 miliardi, il 20% del Pil. Il settore delle costruzioni è fallito quasi in toto.
E poi c’è stata la «via slovena» alla prosperità : i manager che, senza capitali, scalavano le grandi aziende pubbliche (o private). Bastavano i crediti facili concessi da amici nelle banche: spesso il legame era l’appartenenza alla stessa parte politica o all’élite di Lubiana. Buyout finanziati sulla parola, con crediti che non si potevano più ripagare. Una dopo l’altra sono finite in crisi le principali aziende slovene, da Merkur a Pivovarna Lasko (bibite) a Istrabenz (turismo, energia). E il Paese è imploso. Così, vent’anni dopo l’indipendenza, a finire sul banco degli imputati è tutto il sistema. Quella stessa «transizione morbida» dal comunismo, guidata da una classe politica sopravvissuta a Tito, che si è divisa le risorse. Pochi traumi, e poche riforme. E visto con gli occhi di oggi, i modelli scelti da polacchi, estoni e il resto dell’Est sono risultati più «felici».
Basterà  la ricetta di Alenka Bratusek, l’austerity a tempo quasi scaduto? Difficile dire quanti soldi porteranno le privatizzazioni. La recessione, avvisano i consiglieri del governo, si aggraverà . La spesa sociale deve essere tagliata, avverte il governatore della banca centrale Marko Kranjec. Ma Alenka Bratusek promette: «La Slovenia non perderà  la sovranità ». Parola chiave, la sovranità , nei 20 anni di storia slovena. Solo che, quando si è ripudiata la Jugoslavia, pochi immaginavano che la sovranità  la può togliere anche il mercato dei bond.


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