Grande Fratello, la talpa è un ex della Cia

È un ex della Cia, ha 29 anni, uno stipendio da 200 mila dollari, una fidanzata e una casa alle Hawaii dove non metterà più piede: Edward Snowden è il tecnico informatico che ha svelato le trame e i documenti del «Datagate», la gola profonda che ha spiattellato i piani di spionaggio antiterrorismo per i quali la Nsa, l’agenzia di intelligence federale americana, ha chiesto e ottenuto la collaborazione dei grandi operatori di telecomunicazioni e delle principali società di Internet. È un ragazzo in fuga, né laureato né diplomato, cresciuto tra la Carolina del Nord e il Maryland la fonte degli scoop pubblicati sul Guardian dall’avvocato e blogger Glenn Greenwald. Ci sono scandali come il Watergate che aspettano decenni prima che si sveli la «talpa». Per Snowden sono bastati pochi giorni: è stato lui stesso a chiedere al quotidiano britannico di uscire allo scoperto: «Non voglio attenzione mediatica, ho fatto tutto per una questione di principio: voglio che si parli di quello che il governo americano sta facendo». Ma con questo passo la talpa spera che «per loro sia più difficile giocare sporco».
«Loro» sono gli ex colleghi, gli 007 che hanno già bussato un paio di volte alla sua casa alle Hawaii. «Non credo che sospettassero di me, penso che volessero indagare sulla mia assenza». Snowden è un uomo in fuga: il 20 maggio, dopo aver copiato gli ultimi documenti segreti nell’ufficio della Nsa delle Hawaii dove lavorava come contractor, ha preso un volo per Hong Kong. Si è chiuso in un albergo, poco distante dalla centrale Nsa che è il consolato Usa in fondo alla strada, e non è più uscito. Mangia in camera, guarda la Cnn, sul comodino una biografia di Dick Cheney. Ha paura di essere spiato: mette i cuscini contro la porta per evitare intercettazioni, quando si mette al computer, prima di digitare le password si cala un cappuccio rosso sulla testa e sul laptop per evitare telecamere nascoste. Paranoia? Chi ha lavorato 10 anni per i servizi sa che le precauzioni non bastano mai. «Non ho molte chance», ammette al Guardian. «Il governo potrebbe chiedere la mia estradizione, i cinesi potrebbero cercare di sfruttarmi. Qualcuno potrebbe consegnarmi alla Cia. Oppure potrebbero pagare la mafia. Ma non ho paura. Questa è la scelta che ho fatto. A tenermi sveglio la notte è soltanto il pensiero della mia famiglia, le cose brutte che potrebbero accadere ai miei. E io non posso fare nulla». Edward Snowden dice che la sua scelta è maturata a poco a poco. Una scelta di principio: «Se l’avessi fatto per soldi, ci sarebbero un mucchio di Paesi che avrebbero comprato il mio materiale». Dieci anni fa il mago informatico senza diploma cerca di entrare nelle forze speciali: «Volevo andare in Iraq per aiutare quella gente a liberarsi dall’oppressore. Anche se i miei istruttori sembravano più focalizzati sull’idea di uccidere arabi». Durante l’addestramento si rompe le gambe: addio alla divisa. Bussa alla Nsa: primo impiego agente di sicurezza per una base di intelligence all’università del Maryland. Da lì alla Cia, settore IT. Edward ha talento e nel 2007 lo mandano a Ginevra con una copertura diplomatica, responsabile della sicurezza della rete informatica. Rimane in Svizzera tre anni, abbastanza per perdere fiducia nel suo governo: «Ho capito di essere il tassello di un ingranaggio che faceva più male che bene». L’elezioni di Obama gli dà qualche speranza, presto delusa. Resta nel sistema, lascia la Cia ma lavora come contractor per la Nsa: i dettagli del programma di spionaggio non sono per lui un segreto. Decide di svelare quanto sa. «Quello che stanno facendo pone una minaccia alla democrazia», dice Snowden. Il suo futuro? «La chance migliore che ho è ottenere asilo politico, magari in Islanda. «Un Paese che protegge la libertà della Rete»: dalle Hawaii al circolo polare, Cia permettendo.


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