L’Italia resterà in Afghanistan anche dopo il ritiro

ROMA — Le previsioni di medio e lungo periodo rischiano sempre di essere smentite, tuttavia al momento è ragionevole ritenere che anche dopo il ritiro della missione International security assistance force (Isaf) previsto per la fine del 2014 l’Italia manterrà alcune centinaia di militari in Afghanistan. Almeno.
Il nostro dibattito politico spesso ruota su scadenze che permettono frasi a effetto senza approfondire i dettagli, per questo sarebbe bene tener presente in quali modi si delinea la presenza di personale straniero in divisa e in armi nel Paese roccaforte dei talebani contro il quale gli Stati Uniti vollero un’offensiva dopo le stragi dell’11 settembre 2001.
Con la conclusione del 2014 è prevista la fine del mandato dell’Isaf, la forza multinazionale che ha il compito di favorire un consolidamento delle autorità afghane e dunque anche di combattere i talebani se lo impediscono. Dal 2015, secondo quanto stabilito dal vertice della Nato che si tenne a Chicago un anno fa, dovrà entrare in funzione una nuova missione.
«Resolute support», appoggio determinato, è il nome reso noto il 4 marzo scorso dal segretario generale della Nato. La missione sarà chiamata così, ha spiegato a Kabul il danese Anders Fogh Rasmussen al fianco del presidente afghano Hamid Karzai, «perché il nostro sostegno per l’Afghanistan rimane saldo» e consisterà nel fornire «addestramento, consiglio e assistenza dopo il 2014».
È stata la crisi finanziaria a spingere nel 2010 Barack Obama ad annunciare per il 2014 il passaggio della sicurezza sull’intero Paese di Karzai nelle mani delle forze locali. Allora provenivano dagli Usa due terzi dei circa 140 mila militari stranieri schierati in Afghanistan. Adesso tra i 97 mila circa di Isaf quelli statunitensi sono 68 mila. Gli italiani, che nel marzo 2012 erano 4.200, sono poco più di tremila.
«Una riflessione è in corso su come rimodulare la nostra presenza», ha detto ieri il ministro degli Esteri Emma Bonino, intervistata da Lucia Annunziata dopo l’uccisione del capitano Giuseppe La Rosa sabato a Farah. Ed è ancora la crisi finanziaria, sommata alla ritrosia dei governi a chiedere ai rispettivi elettorati sacrifici economici e sangue di soldati, a tenere fitta la nebbia sulle dimensioni dell’impegno di ciascun Paese. Pesano poi le incognite afghane: per l’aprile 2014 sono fissate le elezioni presidenziali, le candidature vanno presentate il prossimo ottobre, Karzai non può essere capo dello Stato la terza volta eppure gli piacerebbe. Per acquisire posizioni di forza, i talebani sparano e mettono bombe.
Anche se a Roma si specifica che la missione Resolute support non sarà più «combat (per sterilizzare l’argomento da noi si evita di usare la parola in italiano anche oggi che combat lo è) la presenza di nostri addestratori indurrà a tenere in Afghanistan più militari rispetto al numero degli istruttori per esercito e polizia afghani. Una copertura difensiva occorre. Ecco perché, salvo sorprese, anche se fossero cento, o duecento, a rigor di logica gli istruttori italiani dopo il 2014 significheranno la permanenza di alcune centinaia di militari italiani.
Benché da noi sia rimasto in ombra, mercoledì il segretario alla Difesa americano Chuck Hagel ha ringraziato l’Italia per la disponibilità ad accettare uno dei cinque coordinamenti che sostituiranno gli attuali sei comandi regionali di Isaf. «Apprezziamo gli impegni che stanno assumendo altre nazioni, inclusi gli annunci di Germania e Italia che agiranno come Paesi-guida per Ovest e Nord», ha detto Hagel su Resolute support. La Germania, destinata all’Afghanistan settentrionale, ha annunciato che manterrà tra i 600 e gli 800 militari. La Francia è in via di rientro. Il Regno Unito punta a risparmiare al massimo. L’Italia, che non ha armi nucleari né seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu, farebbe fatica a dire di no agli Usa. Certo, la decisione spetta al Parlamento. Ma il 23 aprile Rasmussen ha detto ai Paesi dell’Isaf: «We will not walk away». Non andremo via.


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