Il Pd prova ad assaporare la rivincita Epifani «felice», ma Bersani punge

ROMA — In casa Pd è il giorno dell’orgoglio ritrovato, il giorno in cui Pier Luigi Bersani affida a un tweet il suo stato d’animo e rivela come l’ex segretario non abbia alcuna intenzione di ritirarsi ai giardinetti: «Vittoria strepitosa. Aspetto naturalmente che qualcuno dica che il Pd ha perso o che si è vinto nonostante il Pd». Ed è il giorno in cui Guglielmo Epifani, sia pure attento a non sgualcire l’immagine del traghettatore modesto e misurato, prova a prendersi la sua parte di merito per il cappotto al centrodestra: «Il mio contributo? Essere stato vicino al territorio». Il segretario è felice, festeggia la «giornata importante» e rimanda le polemiche, schivando le domande sul ruolo di Matteo Renzi. «Lasciamo stare le nostre discussioni, per qualche giorno…».
Ma il sindaco è in campo e lancia la sfida delle primarie aperte, determinato a non farsi «fregare» anche stavolta: «Io mi fido di Epifani, ma non c’è motivo di cambiare le regole. Le primarie le voglio come quelle di Marino, Ambrosoli, Pisapia. Sono sempre state tutte uguali. Ho vinto io nel 2009 a Firenze, votavano i sedicenni e non c’era bisogno di recitare a memoria il codice fiscale di Nico Stumpo». Se non cambiano le regole si candida? «Non so nemmeno se mi candido con queste…».
La commissione congresso chiuderà i lavori tra un mese e si dice che i bersaniani siano già all’opera per sbarrare la strada al sindaco. «Dopo la frustrazione delle Politiche i nostri militanti vivono un sentimento di felicità, abbiamo vinto oltre le aspettative», chiede una tregua Epifani. Anche Renzi è contento per l’«en plein» e proprio non vorrebbe far polemica nel giorno dello «champagne per tutti». Ma come si fa a non vedere che un italiano su due non ha votato? «Ricordiamoci che ci sono dei problemi», avverte il sindaco, e delinea il candidato ideale, uno che abbia energia e visione, «riaccenda le passioni» e riporti la gente a votare. Uno come lui? La riserva non la scioglie, però incalza il governo. Dice che non saranno i saggi a far tornare gli elettori alle urne e si mostra niente affatto interessato a capire «quanto dura Letta perché subito dopo dobbiamo arrivare noi». Diciotto mesi? Trentasei? «Chissenefrega… Se Enrico fa le cose preferisco saltare un giro io». Letta è sollevato, per lui il voto stabilizza le larghe intese. Epifani invece risponde con prudenza: «Sono elezioni diverse. Il governo? In effetti è sempre complicato poterlo dire, ma non c’è dubbio che il voto dia una spinta in più alle posizioni e al ruolo che il Pd ha nel Paese».
Il Campidoglio riconquistato, la vittoria in tutte le città capoluogo, Treviso strappata al centrodestra, la presa di Siena «in condizioni non facili», la riscossa in Sicilia… «Un dato omogeneo, su tutto il territorio», sottolinea Epifani. Eppure ai piani alti del Nazareno c’è preoccupazione per i troppi voti che, insiste Renzi, continuano a finire nel buco nero dell’astensione. E a nessuno sfugge che il trionfatore di Roma sia un ex senatore che non ha votato il governo Letta e che, per gran parte della campagna elettorale, si è tenuto a distanza di sicurezza dal Pd. Non a caso Epifani definisce Marino un «candidato atipico» e ricorda, con un pizzico di imbarazzo, che il nuovo sindaco non viene dalla luna: «Fa parte a pieno titolo dei dirigenti del Pd. Poi lo fa a suo modo…».
Epifani ha assegnato le deleghe alla segreteria e in conferenza stampa ha voluto alla sua destra il renziano Luca Lotti (Enti Locali) e alla sua sinistra Davide Zoggia, il bersaniano che guiderà l’organizzazione dopo Stumpo. «Ci tenevamo a dire queste cose assieme», ha scandito Epifani, deciso a tenere unito un partito scosso dalle tensioni precongressuali. In Friuli la Serracchiani si è sentita sola? È vero, ammette il segretario, «ma ora il problema è superato». E Marino? «Ha detto di aver vinto grazie al Pd» e non certo nonostante il Pd…


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