Nella cella tre metri per quattro dove il boss è al carcere duro

by Sergio Segio | 20 Giugno 2013 7:09

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NUORO — La prima porta di ferro è telecomandata, e quando si apre la luce verde diventa rossa, come a segnalare un pericolo. Per la seconda, invece, ci vogliono le chiavi appese al cinturone dell’ispettore della polizia penitenziaria, grandi come pistole, quattro mandate rumorose e definitive. L’ispettore controlla con il metal detector i parlamentari in visita, ma anche la direttrice della prigione e il capo delle guardie. Solo dopo possono entrare e vedere il boss attraverso le sbarre della cella, che dalle sei di sera alle sette di mattina vengono chiuse da un’altra porta blindata. Adesso che è da poco passato mezzogiorno, dietro il cancello compare il volto di Antonio Iovine, uno dei capi del Clan dei casalesi, segregato al «41 bis» in questo angolo di Sardegna dall’indomani del suo arresto, 18 novembre 2010.
Subito dopo la cattura sorrideva spavaldo ai fotografi, e anche ora non riesce a trattenere quel mezzo sorriso che assomiglia a un ghigno. È così che accoglie il presidente della commissione Diritti umani del Senato, Luigi Manconi, e i parlamentari Peppe De Cristofaro e Michele Piras venuti a ispezionare la prigione di Badu ‘e Carros. Quella che un tempo era la sezione isolamento, dismessa da anni, è stata riaperta appositamente per il camorrista e il suo compagno di detenzione, appartenente alla Sacra corona unita pugliese. L’hanno spedito qui per fare compagnia a Iovine detto ‘O ninno per la sua faccia da eterno ragazzino, anche se a settembre compirà 49 anni. Insieme trascorrono due ore al giorno: una all’aria, nei corridoi del «passeggio» murati e coperti da una grata arrugginita, due metri o poco più di larghezza, sei o sette di lunghezza; l’altra nella stanzetta della «socialità», arredata da un vogatore. Per il resto, Iovine resta chiuso nella propria cella, tre metri per quattro, con un gabinetto alla turca accanto al letto fissato a terra, una bottiglia d’acqua a tappare il buco; forse per smorzare il cattivo odore, forse perché è il posto più fresco che c’è.
«Provate voi a vivere ventidue ore al giorno dentro un bagno. Non credo sia una condizione dignitosa», dice ‘O ninno. In libertà era considerato il più potente e il più moderno dei capi casalesi, assassino a vent’anni, imprenditore a quaranta, sinonimo della camorra che si rinnova e accumula denaro infilandosi in ogni ciclo produttivo, dal movimento terra all’edilizia, passando per il traffico dei rifiuti. Era ricco, e quando l’hanno preso, dopo quindici anni di latitanza, sfoggiava un maglioncino colorato di marca. Adesso indossa una polo bianca ben stirata, e spiega che il problema non è l’ergastolo da scontare né la legge da rispettare, ma il luogo in cui è rinchiuso. Un gabinetto aperto, per l’appunto, corredato dalla branda col materasso alzato per fargli prendere aria e mandare via l’umidità, un mobiletto e un fornelletto a gas per il caffè. Alle pareti non ci sono foto o poster appesi, vietati dal regolamento. «Ma se pure potessi non attaccherei niente, mi piace tenere l’ambiente pulito», chiarisce Iovine, quasi volesse segnare il contrasto con la situazione in cui si ritrova.
«Ho fatto domanda di trasferimento per poter vivere in una condizione più umana e dignitosa — racconta —, mi hanno risposto di no; evidentemente per l’amministrazione va bene così». Il senatore Manconi entra nella cella, si rende conto dello spazio e dei disagi. «Non credo ci sia bisogno di commentare — prosegue ‘O ninno —. Io mi adeguo alle regole, però se uno vive con gli occhi aperti non può non riconoscere la situazione in cui mi trovo. Dicono che in questa struttura non si può migliorare, e resto così».
La giornata del boss comincia alle 7.30 del mattino, e a parte l’igiene personale e il paio d’ore in compagnia del malavitoso pugliese è scandita solo dalla tv accesa quasi in continuazione (può vedere sei canali), dalla lettura di libri e del settimanale Panorama. Attualmente è concentrato su Lettera a mia figlia, di Antonio Socci; in passato s’è appassionato ai volumi dello psicoterapeuta e volto televisivo Raffaele Morelli. «Anche in libertà leggeva libri?», gli domanda Manconi. Iovine risponde che non aveva tempo: «Mi dovevo guardare», badare alla sua latitanza. «Era un uomo d’azione», s’inserisce il senatore De Cristofaro, campano come lui. «No, d’azione no», replica il camorrista, sempre col mezzo sorriso stampato in faccia. Come dire che ad agire erano altri, lui semmai dava ordini.
Il resto del discorso passa dai figli — «ne ho tre, dai 17 ai 26 anni, e per fortuna hanno preso le distanze da me attraverso lo studio; sono contento per loro» — alle visite dei parenti: «Posso vederli un’ora al mese, mia moglie e due figli che s’alternano di volta in volta». Ogni mese riceve il pacco di vestiti e alimenti concessi dal regolamento, dieci chili in tutto, e ogni sei mesi altri dieci chili di abiti per il cambio di stagione. La televisione resta la compagnia preferita, in particolare i film polizieschi: «Ne ho visto uno in cui gli inquisiti sostenevano che per difendersi bisogna attaccare la fonte della prova; è quello che ho suggerito al mio avvocato». Senza troppo successo, a giudicare dalle condanne accumulate.
Terminato l’incontro col Casalese, la delegazione parlamentare (di cui fanno parte anche le assistenti di Manconi, Valentina Calderone e Valentina Brinis, assieme alla funzionaria del Senato Vitaliana Curigliano) si sposta ai piani superiori del carcere, sezione Alta sicurezza. Qui ci sono i detenuti senza nome arrivati da altri istituti in cui scontavano il «41 bis», ammessi a un regime meno rigido; in realtà hanno ciascuno un nome, un cognome e storie criminali alle spalle tramutatesi nel «fine pena mai». O chissà quando. Le celle sono spaziose e ripulite da poco, singole o per più persone, fino a cinque; negli altri penitenziari dormivano soli e potevano studiare, ora si lamentano soprattutto della lontananza dalle famiglie. Ma la loro condizione, ammettono, è più che dignitosa. Ingiusta, aggiungono, è la legge che preclude i benefici per i cosiddetti «ergastoli ostativi», dovuti a reati per i quali non possono concedere pene alternative.
Da pochi giorni è tornato qui Graziano Mesina, l’ex «re del Supramonte» che a 71 anni d’età, dopo una vita da fuorilegge e una redenzione che l’aveva portato fino alla grazia firmata dal presidente della Repubblica Ciampi nel 2004, ha ricominciato a fare il bandito. Almeno secondo i magistrati che la scorsa settimana l’hanno arrestato per estorsioni e traffico di droga. «Grazianeddu» torna dall’ora aria in Lacoste arancione e jeans chiari, l’aspetto burbero di sempre. Sostiene che lui non pensa di aver tradito la fiducia di alcuno, perché non ha fatto niente di male; la colpa semmai è di altri: «Ma io non posso sapere i guai che combinavano le persone con cui parlavo». Punto. Il garbuglio giudiziario in cui s’è infilato proverà a sbrigliarlo davanti ai giudici. Ai senatori interessa la condizione carceraria, «il rispetto dei diritti che vanno garantiti a tutti, anche al peggior criminale responsabile dei peggiori abomini», ammonisce Manconi. E Mesina non fa fatica ad ammettere che «in confronto ai sotterranei in cui sono stato chiuso per ventiquattro anni qui si sta benissimo».
Nel padiglione della sezione femminile, le undici recluse reclamano qualcuno che tagli loro i capelli. «Stiamo per sottoscrivere una convenzione con una parrucchiera, potrete fare anche la tinta», annuncia la direttrice Carla Ciavarella, combattiva funzionaria ministeriale che si divide tra Badu ‘e Carros e il carcere di Tempio Pausania, costretta a far quadrare i conti col sovraffollamento e bilanci sempre insufficienti. «Pure un barbiere da uomo va bene», si accontentano le detenute.
Giovanni Bianconi

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