Luxor, il «governatore-terrorista» cede alle proteste

Siamo, molto probabilmente, alle prove generali della Grande Protesta attesa in Egitto per il 30 giugno, primo anniversario della vittoria del raìs-Fratello musulmano Mohammad Morsi. Un anno drammatico, per la politica e l’economia, che avrebbe convinto già 15 milioni di egiziani a firmare una petizione per le dimissioni del successore di Mubarak. Difficile dire se il dato fornito dai giovani di Tamarrod (ribellione), promotori dell’iniziativa, è reale. Se i sondaggi che danno Morsi al 28% di popolarità (dal 57% alla sua elezione) sono affidabili. E ancor più prevedere quanti di quei firmatari manifesteranno tra dieci giorni davanti al palazzo presidenziale del Cairo e in tutto il Paese, nonché quale sarà l’effetto di questa «ribellione». Certo è che da una settimana il clima in Egitto è tornato incandescente, con decine di feriti negli scontri con le forze dell’ordine in vari punti del Paese.

E’ a Luxor che le proteste si sono concentrate, dopo la nomina di un governatore provinciale scelto tra gli (ex?) estremisti islamici. Proprio nella città egiziana più amata dai turisti del mondo è stato infatti nominato Adel Khayyat dell’ala politica della Gamaa Islamiya, il gruppo che nel 1997 uccise nel tempio di Hatshepsut a Luxor 57 turisti stranieri. Khayyat ha negato «ogni coinvolgimento con quel attentato» e dichiarato che «la Gamaa ora rifiuta ogni violenza», ma nemmeno al ministro del Turismo Hisham Zazou la sua nomina è sembrata accettabile. E infatti si è dimesso. Simili casi di governatori islamici hanno suscitato manifestazioni in altre province, da Damietta a Beni Suef, nelle oasi nel deserto.

L’ennesimo passo falso di Morsi è in realtà un estremo tentativo di mantenere il consenso degli islamici più estremisti. Perso il sostegno della parte dei ceti urbani e dei liberal che lo aveva votato piuttosto di eleggere un raìs legato all’ex regime, il presidente-Fratello sta puntando tutto sui religiosi. Va in questa direzione anche la recente rottura dei rapporti diplomatici con la «sciita» Damasco: l’Egitto è infatti sunnita e molti sono partiti da qui per la jihad anti-Assad. E sempre in questa logica vanno le accuse di essere «cristiani nemici dell’Islam» lanciate recentemente da figure del governo a chi è sceso in piazza.

Accuse e iniziative che vedono però anche l’establishment religioso contrario: la massima autorità sunnita, il grande imam di Al Azhar Ahmed Al Tayeb ha infatti dichiarato pubblicamente che «opporsi pacificamente contro il leader legittimo è ammissibile dal punto di vista religioso».


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