Berlusconi si sente assediato: ma non rompo l’alleanza

ROMA — È stato un vertice drammatico. La sentenza della Consulta, per quanto in parte attesa, ha squassato il corpo già provato di un Pdl che mercoledì sera si è stretto attorno al suo leader colpito, senza defezioni. E ha riportato di strettissima attualità il dibattito sulla sorte del governo, su una spina che in tanti ormai ritengono andrà staccata, prima o poi.
Alla cena dei big con Berlusconi il tema è stato uno solo: che fare dopo la bocciatura della Corte, che secondo un Berlusconi amareggiato «non è altro che il pre-annuncio della condanna in Cassazione», al di là del sottilissimo filo di speranza legato alle abilità di Coppi, rispetto a un governo che non ha potuto (per alcuni neanche voluto) fare nulla per la «pacificazione» pretesa dal Cavaliere. Tema ripreso ieri in un pranzo ristretto tra Berlusconi, Alfano, Letta, Verdini, Bonaiuti in cui si è deciso di congelare la situazione, senza far precipitare per ora gli eventi perché con il voto il 9 luglio in giunta sull’ineleggibilità il risultato potrebbe essere l’autogol.
Ma la verità è che Berlusconi ancora non ha deciso il da farsi. L’analisi-sfogatoio dell’altra notte ha visto tante posizioni ma una linea comune: il «patto» che il Cavaliere era convinto di aver siglato, facendo nascere il governo, per chiudere onorevolmente anche le sue vicende giudiziarie non ha funzionato. Per «colpa di Napolitano, il nostro peggior nemico che vuol farti fuori, presidente, per far nascere un nuovo centrodestra», secondo la versione dei duri tra i duri. Per «debolezza, impossibilità di garantire alcunché, anche lui è una vittima», secondo i più moderati.
In ogni caso «io non ho avuto dal capo dello Stato nulla, nessun aiuto, altro che pacificazione, si vuole la mia fine», ha insistito Berlusconi. E dunque? «Dobbiamo interrompere il cammino verso il baratro, non possiamo aspettare immobili che ti facciano a pezzi», l’invocazione dei falchi, da Brunetta a Santanchè, da Verdini a Capezzone, sempre più convinti che il governo stia facendo «troppo poco sulle cose, la nostra gente è delusa e non possiamo continuare a sostenerlo senza avere niente in cambio. Staccando la spina ormai non abbiamo niente da perdere». Ma se nessuno ha escluso nella riunione che l’esito finale possa essere questo, è stato proprio Berlusconi — e lo conferma in una nota Paolo Bonaiuti che smentisce ricostruzioni diverse — a ragionare sulla drammaticità del passaggio: «Il governo non può cadere ora, ora non avrebbe senso».
A sentire chi lo conosce bene, il suo umore è identico a quello dei falchi: nessuno può proteggermi, rimanere inerte a prendermi condanne non ha senso e — questo lo ha detto esplicitamente mercoledì notte — «è vero che non potrei avere un governo più amico di questo, ma è altrettanto vero che la mia vicenda può essere cambiata solo con un corso rivoluzionario degli eventi». Il che significa elezioni, una nuova legittimazione popolare. Ma d’altra parte, ieri Berlusconi — sollecitato da Alfano e Letta — ha ragionato anche sui rischi: «Rompere non è facile, non può certo essere sulla giustizia. Il Paese è a un passo al baratro, le responsabilità sono tante, lo choc nel Paese sarebbe enorme. E poi non è detto si vada a votare: potrebbe nascere un nuovo governo di Pd e M5S che mi colpirebbe ancora più duramente di così».
Riflessioni che si accavallano, con la possibilità in qualunque momento di alzare il tiro su Iva, Imu, tutto. Già oggi c’è chi, come Santanchè, al voto di fiducia non si presenterà dopo aver annunciato ieri sera che «se tra undici giorni l’Iva sarà aumentata, il governo salta». E la tensione potrebbe salire ancora: una direzione del Pdl, ufficialmente per approvare il bilancio, è già stata convocata per mercoledì, nella settimana in cui arriveranno la sentenza Ruby, quella sul Lodo Mondadori, forse il rinvio a giudizio per «compravendita» dei senatori. In un clima così, tutto può succedere.


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