Il Giappone neoglobal

TOKYO. Nihonbashi-Kabutocho: l’ultima speranza della neo-globalizzazione si rifugia qui, nel cubo di pietra chiara e vetro che ospita la Borsa di Tokyo, da meno di un anno fusa con quella di Osaka. Sono i signori in nero del Nikkei, arbitro del mercato più importante dell’Asia, a tenere tra le mani il destino del Giappone e quello dell’uomo che ha scelto di battezzare con il proprio nomel’epocaacuisiaggrappaanchel’Occidente:ShinzoAbe, premier di 58 anni, padre dell’Abenomics, la scommessa espansiva che può salvare la terza economia del pianeta da quindici anni di deflazione, oppure farla annegare in un oceano di liquidità e nel debito pubblico più alto della storia.
La sorte del capitalismo classico viene decisa in un incrocio elegante di poche strade, tra Kabutocho e Chiyoda, il quartiere governativo nel cuore della capitale. È il campo di battaglia più decisivo della contemporaneità, ma di prima mattina i suoi educatissimi soldati sfilano in un ordine perfetto, nella divisa stirata dei “sarari-men”, come diretti nell’ufficio qualsiasi di una multinazionale, tablet nella mano destra e bicchierone di caffè nella sinistra. Oltre 2300 società quotate, 5 mila miliardi di dollari di capitalizzazione, un tesoro di carta secondo solo a quello di New York: il logorato simbolo della ricostruzione, miracolo che ha chiuso il Novecento delle guerre e delle ideologie, dipende ora dalla montagna di promesse del leader conservatore dell’Oriente che a sei mesi dall’elezione ha deciso di presentarsi come lo sponsor della ripresa internazionale, spostando i debiti dal privato allo Stato.
Così il Giappone, reduce da trent’anni di imprevisto declino, torna d’incanto al centro della scacchiera, irresistibile tentazione per l’Europa del rigore e ago della bilancia nello scontro cruciale tra Cina e Stati Uniti per la guida del secolo.

Lavoro, benessere e consumi, fondamenta dell’attuale civiltà, vincolati ad un «muro di soldi» alto 1450 miliardi di dollari, da costruire in due anni e capace di spaventare lo stesso Fondo monetario internazionale, che ha lanciato l’allarme sui «considerevoli rischi da debito», prima del tiepido via libera concesso ad Abe dai colleghi leader del G8 nordirlandese.
Dopo gli yuan di Pechino nel 2008, saranno davvero gli svalutati yen di Tokyo a salvare le economie fondate su dollaro ed euro? «E’ la scommessa — dice l’economista Satoshi Okagawa — che entro il 2014 deciderà la vita di miliardi di persone. Raddoppiare la base monetaria giapponese grazie al credito della banca nazionale, può essere come somministrare la morfina ad un malato terminale: non soffre, ma non guarisce. La speranza è che invece il denaro si riveli il farmaco salvavita di un sistema globale dipendente dalla liquidità. Resta un enigma, ma l’esito dell’azzardo di Tokyo determinerà le politiche del nostro tempo».
Una sfida che si confonde con il montante orgoglio nazionalista e che in Giappone risulta addirittura visibile. I centri commerciali, svuotati dallo tsunami che nel marzo 2011 innescò il disastro atomico di Fukushima, sono nuovamente affollati. Le banche tornano a fare credito e la gente sostituisce la tivù, cambia l’automobile, o ristruttura casa. Coda anche per i primi saldi estivi nei negozi alla moda di Ginza, che il prudente quotidiano
Yomiuri Shimbundefinisce
«la nuova trasgressione patriottica con le tasche vuote». Eccessi sulla parola del premier, che ha garantito un più 3% annuo dei redditi personali, pari ad un aumento del reddito pro capite nazionale da 1,5 milioni di yen in dieci anni. «La novità — dice Yasuhiro Kato, docente di scienza delle finanze — è che il fatalismo sostituisce la fiducia anche nella spinta al consumo. In Giappone il mondo sperimenta il tentativo di una ripresa per necessità, più che per scelta».
A confermarlo, l’ottovolante del Nikkei: più 50% nell’ultimo anno, meno 25% in due settimane, ultimocrollo(primadell’allarme banche in Cina nel weekend) a metà giugno, sei punti persi in una seduta. I mercati si chiedono così se il modello-Tokyo anticipi la «nuova instabilità cronica della post-globalizzazione», in cui le cancellerie assumono il ruolo di «garanti dell’indebitamento collettivo» attraverso la promozione di un «neo-nazionalismo introdotto dall’obbligo della crescita ». E’ la questione essenziale posta da Abe, a sua volta accolto da un vento estero ostile dopo il trionfo di dicembre e oggi esaltato come il profeta che — definizione del suo braccio destro Koichi Hamada — «vuole riaccendere il motore del mondo».
L’allarme debito spaventa gli economisti, ma i risultati per ora gli danno ragione. Tra gennaio e marzo il Pil annualizzato del Giappone segna un più 4,1% e la disoccupazione scende per la prima volta dopo 22 anni. Il boom in maggio: export a più 10,1% sull’anno e yen a meno 23,4% sul dollaro. Numeri in apparenza migliori di quelli di Barack Obama, che candidano l’Abenomics
a ideologia espansiva di tutte le super-potenze che, complice l’anagrafe, sembrano condannate alla recessione. «I pilastri della svolta — dice Sayuri Shirai, uno dei nove membri della BoJ — sono tre: la svalutazione dello yen per far ripartire l’industria, gli stimoli fiscali per alzare l’inflazione fino al 2% e un pacchetto annuo di stimoli tra 45 e 100 miliardi di dollari per riformare i settori vitali del Paese, dall’agricoltura alla sanità».
I ragazzi terribili di Kabutocho hanno bocciato proprio questa «Terza Freccia», giudicando «non sostenibile nel medio-lungo periodo » un indebitamento pubblico che ha sfondato la barriera del 245%. La pensano così anche i democratici, costretti all’opposizione dopo soli tre anni al governo, che puntano alla rivincita il 21 luglio, quando si voterà per il rinnovo della metà dei seggi nella Camera Alta, che ancora controllano. Slogan elettorale: «Fermiamoci in tempo». Il vento popolare sembra però soffiare alle spalle dei liberaldemocratici. Trionfo domenica nelle municipali di Tokyo, dove la coalizione del premier ha fatto il pieno e l’Ldp ha eletto tutti i suoi 59 candidati. Se tra un mese le preferenze saranno confermate, per Abe si profila la prima maggioranza stabile dal 2006 e il via libera anche alle riforme più controverse. «Forse ci sveglieremo dalla sbornia offerta da Abe con un gran mal di testa — dice il giurista Akira Taniguchi — ma l’alternativa è morire di sete». E’latesipromossadaHaruikoKuroda, neo governatore della Banca del Giappone voluto da Abe per costringere la Boj, sempre meno indipendente, a finanziare le sue misure. «Senza crescita — la difesa dagli irriducibili dei conti in ordine — a diventare insostenibile è la situazione dei bilanci degli Stati. E una Tokyo in espansione è una buona notizia sia per l’Asia che per il resto del pianeta».
RispettoaEuropaeUsa,ilGiappone può contare sul vantaggio di essere il primo banchiere di se stesso, ma se la bilancia commerciale (deficit record da quasi 8 miliardi di euro) non uscirà presto dal rosso, il pericolo di una «spaventosa bolla finanziaria pubblica », paventato dalla Banca Mondiale, si profila concreto. Per questo i liberali di Abe, sostenuti dai falchi del partito della Restaurazione, mescolano promesse di recuperata prosperitàconmassicce dosi di orgoglio patriottico. «Il marchio “Tokyo contro tutti” — dice il professor Hiroshi Yoshida — nasce per unire la prima generazione nata nella ricchezza e ancora dipendente dal capitale di famiglia ». Si spiegano così la retorica militarista, l’esplosione a 760 miliardi di euro del bilancio per la Difesa, lo scontro con la Cina per l’arcipelago delle Senkaku, le celebrazioni nel santuario di Yasukuni, dove si onorano anche i criminali di guerra, la promessa di riscriverelaCostituzionepacifista del 1947, il dibattito attorno alla definizione di «invasione» nel diritto internazionale, o l’introduzione della Festa della sovranità nazionale. Un crescendo di nazionalismo tale che il premier si è astenuto perfino dal censurare l’uscita del sindaco di Osaka, l’astro nascente dell’estremismo di Stato, Toru Hashimoto, che ha spiegato come le «comfort women » (le schiave sessuali dei soldati giapponesi che occuparono la Cina) «furono necessarie per mantenere l’ordine».
«L’Abenomics — dice l’economista Masamichi Adachi — è l’ultima carta del Giappone per rallentare l’espansione di Pechino. O la crescita ritorna stabile in Europa e Usa, o la Cina, sostenuta dallaRussia,colmeràconl’autoritarismo il vuoto lasciato dal capitalismo privato. Il paradosso è che si cerchi di salvare consumi e multinazionali con i debiti pubblici: per questo, senza un forte nazionalismo, non si potrebbe chiedere allo Stato di anticipare soldi che non ha». Un’escalation pericolosa non solo nel Pacifico, ma non sufficiente per Tokyo. Entro luglio il governo ridefinirà dunque i requisiti di sicurezza per le centrali nucleari. Obbiettivo: riaccendere in ottobre i reattori spenti dopo la crisi di Fukushima, tagliando il 7% della voce importazioni (primato in maggio, più 10% causa sete di petrolio) grazie al riavvio della maggioranza dei 50 (su 53) impianti congelati. Il ritorno del Giappone all’atomo, condizione necessaria affinché l’Abenomics abbia una chance di successo, spacca però i giapponesi. La maggioranza resta contraria, la stessa moglie di Abe si dichiara «all’opposizione in famiglia» e quasi centomila sostenitori delle energie alternative, guidati dal Nobel Kenzaburo Oe, sono tornati a sfilare per le strade della capitale. «La verità — dice lo scienziato verde Osamu Nagafuchi — è che non possiamo più permetterci la sicurezza, proprio come la ricchezza. Debiti pubblici e centrali nucleari sono parte dello stesso fine politico: esercitare il potere fingendo di distribuire denaro, ma accreditando interessi e problemi sul conto dei figli».
Le due facce del Paese, per la tivù di Stato sono così quelle di Kiyoshi Kimura e Misao Okawa. Il primo è il ristoratore-star che, per diffondere la retorica del ritrovato ottimismo, ha investito un milione di euro per un tonno rosso da 220 chili. La seconda è la donna più longeva del pianeta che a 115 anni, per ricordare il segreto fuorimoda di risparmiare le risorse, non consuma più di una tazza di riso al giorno. Shinzo Abe e il suo Giappone, miraggio dell’Occidente conservatore in un Oriente sempre più estremo, sono sospesi tra i due eccessi. Come l’esercito dei brokers che nel pomeriggio sciamano dal palazzo di Chiyoda: speculano sul fallimento delle «Tre Frecce» del premier, ma infilandosi nel primo “pacinko” di Shibuya dicono che «se Tokyo si sbaglia, questa volta il vecchio mondo va a casa». Sono ragazzi che amano l’azzardo: per questo Washington e Bruxelles, come Pechino e Mosca, sono costretti a sperare che gli errori del nazionalismo neo-global possano, almeno per un po’, funzionare.


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