Si infiamma Ankara I giovani non lasciano la piazza di Istanbul

Mentre nelle piazze di molte città turche continuano gli scontri tra manifestanti e polizia, le tv del Paese trasmettono senza sosta le dichiarazioni del primo ministro: ieri eravamo al quarto discorso in diretta tv in sole 36 ore. Recep Tayyip Erdogan, al potere da un decennio, non sembra affatto accomodante verso la protesta: chiama i manifestanti «saccheggiatori»; difende la legge contro gli alcolici «sto solo cercando di proteggere i giovani — dice — chiunque beve è un alcolizzato»; accusa Twitter di essere «la peggior minaccia per la società perché veicola bugie» e l’opposizione di manipolare l’opinione pubblica «per meri fini politici»; assicura che al posto del parco Gezi a piazza Taksim sorgerà una moschea, «non chiederò certo il permesso all’opposizione o a una manciata di saccheggiatori».
Le parole del premier, però, non fermano la folla. Ieri piazza Taksim, un simbolo del Paese laico e cosmopolita, appariva tranquilla ma non certo spenta: migliaia di persone la riempivano intonando slogan contro il premier, sventolando bandiere turche, mostrando ritratti del fondatore della patria, Atatürk, ed esibendo bottiglie di birra. Ma gli scontri sono proseguiti nel vicino quartiere di Besiktas dove la polizia nella notte ha usato i cannoni ad acqua e i gas lacrimogeni per tenere lontano la folla dagli uffici del premier. In segno di appoggio ai manifestanti le macchine suonavano i clacson e dalle finestre la gente sbatteva pentole e padelle. Stesse scene ad Ankara in piazza Kizilay, a Smirne e ad Adana, la terza e la quarta città del Paese. Ieri Amnesty International è tornata a biasimare il comportamento delle forze dell’ordine a piazza Taksim: «Anche la nostra sede è stata raggiunta dai fumi dei lacrimogeni — ha detto il portavoce dell’organizzazione in Italia, Riccardo Noury — decine di feriti, tra cui alcuni bambini, sono stati curati dai nostri volontari». Le persone arrestate, circa 1.750 per il ministro degli Interni Muammer Güler, non sono state trattate con umanità: «I manifestanti fermati — ha aggiunto Noury — sono stati tenuti anche 12 ore nei blindati della polizia senza acqua, cibo e senza servizi igienici». Amnesty ieri aveva parlato di due morti e cinque persone in fin di vita ma la notizia non è stata confermata: «Pretendiamo dal ministero della Sanità turco informazioni precise sul numero di persone rimaste ferite».
Per Erdogan è il momento più critico da quando è salito al potere nel 2002. Lo riconosce anche il quotidiano Zaman, considerato vicino al governo. «Nulla sarà più come prima — scrive Bülent Kenes —. Ora l’esecutivo ha davanti a sé due strade: o rispetta le sensibilità dell’opinione pubblica e apre canali di comunicazione o diventa repressivo e tirannico». Un altro analista politico del giornale, Sule Kulu, sostiene che il premier «si è sparato una pallottola in un piede creando una nuova opposizione, formata da diversi settori della popolazione, anche da quelli che lo hanno appoggiato pienamente in passato». «Erdogan non è più onnipotente», è la constatazione di Murat Yetkin sull’Hurriyet, uno dei quotidiani più diffusi del Paese, che spesso si è scontrato con il governo. Ora bisognerà vedere come l’opposizione gestirà la protesta. Finora il leader del Partito repubblicano del popolo (Chp), Kemal Kiliçdaroglu, è stato abile nel non farsi identificare come il leader del movimento del parco. Anzi i suoi uomini hanno negato di aver orchestrato la rivolta: «Le persone che scendono in piazza in tutta la Turchia — ha detto Mehmet Akif Hamzacebi, un vecchio esponente del Chp — provengono da tutte le forze politiche. Invece di dare a noi la colpa, Erdogan farebbe meglio a trarre una lezione dall’accaduto».
Monica Ricci Sargentini


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