Torneremo a lavorare nel 2076

Ci vorranno 63 anni per recuperare i posti di lavoro bruciati negli ultimi 5 anni. Per la simulazione sui dati economici forniti dall’Istat resa nota ieri dalla Cgil dovremo aspettare fino al 2076 per recuperare il 1.494.451 di unità di lavoro perse nel lavoro dipendente, autonomo e precario. Sempre che nel frattempo non ci sia una guerra nucleare, l’avvento della civiltà di Gaia preannunciata in un video dalla Casaleggio&Associati, oppure l’esplosione di un’altra bolla finanziaria. Variabili che potrebbero presumibilmente peggiorare l’andamento del Pil che dal 2008 ha perso il 7% del suo valore, abbassando i salari lordi dello 0,1% (quelli netti dello 0,4%), bruciando gli investimenti nell’economia reale di 3,6 punti all’anno. Questo esercizio di scuola ha un sapore gotico, per non dire catastrofico, e accredita la tesi dell’Fmi, dell’Ocse o delle agenzie di rating come Fitch secondo le quali la ripresa inizierà nel 2014. Originariamente l’ora X era stata fissata all’inizio del 2013. Gli esiti depressivi delle politiche di austerità hanno costretto a spostare le lancette dell’orologio di un anno. A questo punto la Cgil conduce un ragionamento al futuro anteriore: se l’araba fenice della ripresa comparisse nel 2014, se il governo rompesse con il patto di stabilità e con l’impegno scritto con il sangue di tagliare il debito e il deficit, se facesse nuovi investimenti pubblici e privati verso l’innovazione e i beni comuni, allora il periodo di attesa della resurrezione si accorcerebbe di ben 60 anni. L’Italia tornerebbe a stare meglio già nel 2016. Sempre però che quest’anno la discesa del Pil si fermi all’attuale -1,8% e non arrivi al 2,4% del 2012. E che nel 2014 la recessione venga arrestata da politiche anti-cicliche di cui però non si vede l’ombra. Restando così le cose dovremo attende il 2026 per vedere tornare il Pil al livello del 2007. Per evitare questa attesa il sindacato di Corso Italia auspica che il Piano del Lavoro da 50 miliardi di euro, presentato il 26 gennaio al PalaLottomatica di Roma, venga adottato dal governo. Le speranze che Letta si riconverta al neo-keynesismo sono tuttavia pari alla possibilità di un conflitto atomico nel prossimo mezzo secolo. Senza contare che il presidente del Consiglio ascolterà il governatore di Bankitalia Ignazio Visco che ha escluso «margini di aumento del disavanzo» da oggi all’eternità. L’unica misura per la «crescita» prevista è il pagamento dei debiti commerciali in conto capitale delle amministrazioni pubbliche, un’ottantina di miliardi in un biennio. Ma questi non sono investimenti e Letta lo sa. Per questo spera di ottenere 7-12 miliardi dalla fine della procedura sul deficit e qualche spicciolo dai 6 miliardi sull’occupazione giovanile nel bilancio Ue. Briciole che non assomigliano al «cambio di paradigma» chiesto dalla Cgil. Resta da sperare che qualcosa accada entro il 2076. Cioè quando saremo tutti morti.


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