Aspettando la classe media che non c’è

Nel secondo trimestre 2013 i dati mensili su produzione e ordini industriali non segnalano miglioramenti. La crescita della produzione industriale ristagna e i nuovi ordini al netto delle cancellazioni — l’indicatore più affidabile di ciò che succederà a vendite e fatturati industriali nei mesi a venire — indicano addirittura numeri negativi.

E poi ci sono i dati che sicuramente non mentono, quelli del commercio estero: un’economia con un livello di importazioni da mesi stagnante è chiaro che non cresce più. A peggiorare le prospettive di crescita, in giugno si è aggiunta una temporanea crisi di liquidità che ha fatto schizzare alle stelle i tassi sul mercato interbancario. Come altrove, è arrivata la liquidità di emergenza della Banca centrale cinese. Nel frattempo però l’improvvisa carenza di liquidità era stata sufficiente a far fallire un’asta di emissione di titoli del debito pubblico per la prima volta dal 2011. Non c’è che dire: anche gli ottimisti a oltranza sull’economia cinese hanno materia per riflettere e — forse — aggiustare le loro previsioni.

Se il rallentamento dell’economia in atto nella prima metà del 2013 sarà confermato, la crescita economica cinese dei prossimi anni rischia di fermarsi al di sotto della crescita (+7,5 per cento annuo) indicata per il 2011-15 nell’ultimo piano quinquennale dal governo. Un Pil che cresce del 7 per cento rispetto ai livelli 2012 sarebbe ovviamente una crescita stellare nel mondo occidentale dove ormai si festeggia quando il Pil aumenta del 2 per cento in un anno. Ma un «più sette» in un Paese il cui Pil è cresciuto del 10 per cento l’anno negli ultimi trent’anni è un numero deludente. È deludente perché il settore pubblico cinese è abituato a vedere aumentare le sue entrate fiscali a un ritmo coerente con una crescita del Pil del 10 per cento annuo e di conseguenza è anche abituato a veder crescere la spesa pubblica nella stessa entità. Più sette per cento è un numero deludente anche per il settore bancario cinese che con una crescita rallentata rispetto al passato rischia di vedere peggiorare ulteriormente la qualità dei suoi bilanci con l’emergere dei prestiti deteriorati e delle insolvenze che — quando vengono fuori — sono all’origine delle strette creditizie in ogni parte del mondo, da noi come in America e in Cina.

Rimane da capire perché la crescita cinese rischi di rallentare così improvvisamente e con conseguenze così rilevanti. La spiegazione più logica è che la classe media cinese — la categoria di consumatori in grado di indebitarsi per acquistare elettrodomestici, automobili e telefonini — non è ancora tanto numerosa né tanto sofisticata né tanto ricca da consentire alla società cinese una crescita economica centrata sui consumi e sul mercato interno. A leggere i rapporti della McKinsey, è facile farsi rapire dalla descrizione di ciò che potrebbe essere la Cina del futuro. Le ricerche McKinsey indicano infatti che «nel 2022 più del 75 per cento dei consumatori urbani cinesi — saranno circa 280 milioni di persone — avranno un reddito compreso tra 9 e 34 mila dollari». Un reddito sufficiente a comperarsi l’ammorbidente per il bucato e, magari, macchine fotografiche digitali e laptop. Ma il 2022 è lontano quasi dieci anni dal 2013. E oggi il grosso dei redditi della classe media in Cina è concentrato tra i 9 e i 15 mila dollari. Sono redditi che alimentano una rapida crescita dei consumi ma insufficienti a generare la domanda di prodotti sofisticati necessaria a far fare un salto di qualità al manifatturiero cinese. Che, ricordiamolo, nonostante gli aumenti dei salari minimi e medi degli ultimi anni, è ancora molto competitivo sui costi ma è oggi drammaticamente oppresso da un grave problema di capacità produttiva in eccesso. Un eccesso di capacità produttiva che ha due cause: il rallentamento della crescita in Occidente e l’eccessivo investimento alimentato dal credito facile e abbondante degli ultimi dieci anni.

Proprio qui sta la sfida che la nuova leadership cinese è chiamata a vincere: se per ora la classe media non c’è o non è abbastanza ricca, al manifatturiero cinese per ora non rimane altro mercato che l’Occidente. Un Occidente che presenta bassi tassi di crescita ma anche un menu invidiabile di consumatori e di potere d’acquisto che continua a essere una fonte insostituibile di domanda per tutti i Paesi emergenti. Non solo: è anche un Occidente capace di fare, in America e in Germania più che in Italia, importanti passi verso la reindustrializzazione. E che quindi rende la crescita e il guadagno di supremazia economica cinese, così come lo spostamento di asse economico da Occidente a Oriente, meno agevole di quanto atteso.


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