Da Como a Palermo, i 34 enti commissariati al bivio tra «congelamento» e ritorno alle urne

Non proprio un lavoretto da sbrigare con la mano sinistra. A Genova il presidente si era dimesso proprio per protesta contro il taglio delle province. E sulla poltrona di commissario si è accomodato Giuseppe Fossati, ex assessore alla viabilità, esperienza utile visto che sulla sua scrivania si imbottigliano le pratiche di 47 persone, tra giunta e consiglio, cancellate in un colpo solo. Eccolo il vero rebus da risolvere dopo la sentenza della Corte costituzionale: le province commissariate, una parentesi che si è trasformata in un punto interrogativo.

Sono 20 considerando solo le Regioni a statuto ordinario. Più altre 14 in quelle a stato speciale che però, per non calpestarne i diritti inviolabili, dovevano regolare la questione a modo loro. Talmente loro che solo tre mesi fa la provincia di Udine è tornata al voto, eleggendo consiglio e presidente come nulla fosse. Ma perché dalla parentesi siamo passati al punto interrogativo?

Il decreto salva Italia di fatto congelava le province che dovevano andare al voto fino a quando il taglio da 86 a 51 amministrazioni non fosse diventato pienamente operativo. Niente elezioni per il momento. Ma un semplice commissario che deve fare tutto il lavoro della giunta e del consiglio, per consentire alla riforma di tagliare il traguardo e poi procedere con le nuove regole. Una parentesi appunto. Ma nulla è più definitivo del provvisorio. I tempi si erano già allungati perché la riforma da guerra lampo si era trasformata in guerra di trincea per poi finire nelle secche del Parlamento. Ma il guaio vero è che la sentenza della Corte costituzionale boccia proprio i presupposti del commissariamento, articolo 23 comma 20 del salva Italia. Le poltrone dei commissari tremano, la norma che le regge viola la Costituzione. E adesso?

Per decidere cosa fare il governo aspetta di leggere nel dettaglio la sentenza della Corte costituzionale. Quello uscito mercoledì sera era un semplice comunicato, la versione integrale arriverà almeno tra una settimana. E prima di imboccare una strada bisogna capire se sarà possibile percorrerla fino in fondo senza altre sorprese. L’ipotesi più probabile è la proroga degli attuali commissari. Ma non è scontata, il commissariamento è per definizione un procedura straordinaria e in alcuni casi le nomine risalgono a più di un anno fa. Le province chiedono di tornare al voto alla prima occasione utile, aprile 2014. Quando, in realtà, sarebbero in programma le elezioni anche per altre sessanta province. Si faranno quelle elezioni, che detto per inciso nella versione integrale costerebbero 400 milioni di euro, e che di fatto rinvierebbero a data da destinarsi la nuova riforma che parte oggi? Oppure si procederà ad un nuovo commissariamento, che però potrebbe essere a rischio di incostituzionalità?

Nel limbo dell’incertezza i 34 commissari attendono istruzioni e notizie sul loro destino. Marino Fiasella è il commissario della provincia di La Spezia, dopo esserne stato il presidente in quota Pd: «Guardi, il governo può anche decidere che si può fare a meno delle province. Io non sono d’accordo, ma loro possono farlo. L’importante è difendere il territorio». Cosa intende? «Per la manutenzione delle scuole nel 2008 io spendevo un milione e mezzo di euro, nel 2012 solo 30 mila euro. In pratica, quando pioveva, potevamo solo andare in giro per le aule con una tazza a raccogliere l’acqua. Le province possono anche chiudere. Ma se non arrivano i soldi qui chiude tutto».


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