Insulti come «giudizi politici» L’addio alla disciplina del Pci

ROMA — L’ultima polemica che divide il Pd è più ruvida del solito; a tratti, scivola nel turpiloquio.

Per ricostruirla occorre tornare a mercoledì pomeriggio, in Transatlantico.

Provate a immaginare: il colpo d’occhio è quello delle grandi occasioni. Lampadari accesi e nemmeno più un posto a sedere sui divanetti; gente che parla in piedi, gente che cammina. Deputati, portavoce, portaborse, funzionari, imbucati, cronisti, commessi. Solito circo.

Da pochi minuti è stata votata la decisione di interrompere i lavori per «una pausa di riflessione» chiesta dal Pdl (a favore Pdl, Pd e Scelta civica; contrari Sel, Lega e M5S). In realtà il Pdl, polemizzando con la Cassazione e per esprimere solidarietà a Silvio Berlusconi, aveva chiesto che il Parlamento restasse chiuso addirittura per tre giorni. La mediazione del ministro Dario Franceschini, capo delegazione del Pd al governo, ha ridotto i tre giorni in tre ore. Ma al momento del voto il Pd si è spaccato.

Esce dall’aula l’onorevole Matteo Orfini (ha 38 anni e una biografia scarna, lineare, solida: comincia a fare politica da ragazzo nel liceo Mamiani, a Roma, quartiere Prati; nello stesso quartiere diventa poi segretario della sezione Ds di piazza Mazzini, che è anche la sezione di Massimo D’Alema, dimostrazione plastica che la vita è fatta di passioni, e coincidenze. Orfini inizia così a collaborare con D’Alema, fino a diventarne un formidabile portavoce, capace di replicare toni e pause dell’eloquio, ma ancora molto diverso nell’abbigliamento: ai piedi, un paio di scarpe da riposo che D’Alema boccerebbe con mezzo sguardo).

Pochi passi e Orfini si ferma accanto a un gruppetto di cronisti. Chiacchiere, commenti al voto, alla spaccatura del Pd. La conta di quelli che si sono astenuti, di quelli che non hanno votato. Come Paolo Gentiloni.

Orfini: «Gentiloni è una merda».

I cronisti ascoltano, e c’è chi renderà il concetto meno aspro, chi eviterà di riferirlo; Maria Teresa Meli sul Corriere scriverà invece ciò che ha sentito. Appunto: «Gentiloni è una merda».

Orfini, a questo punto, si allontana e, interpellato dai cronisti delle agenzie di stampa, cambia registro. Gli chiedono: cosa pensa dei suoi colleghi che non hanno votato? Orfini, lapidario: «Sono sciacalli».

Il giorno dopo, ieri.

Tredici deputati del Pd scrivono una lettera al segretario Guglielmo Epifani e al capogruppo alla Camera Roberto Speranza. Succo della lettera: «Di fronte a veri e propri insulti rivolti da colleghi del Pd ad altri deputati del gruppo, crediamo sia opportuna una valutazione da parte vostra per capire se non siano stati superati i confini minimi della decenza».

I firmatari (tra cui Michele Anzaldi e Francesco Bonifazi) siedono quasi tutti tre file sotto a Orfini. Che li osserva gelido. Con uno sguardo, per capirci, simile a quello che metterebbe su D’Alema, tra il perplesso e il disgustato.

Orfini, non pensa di aver esagerato?

«No».

Quelle parole, così volgari…

«Io non ho mai detto a Gentiloni che è una merda. Mai. Ci siamo scambiati alcuni sms dopo aver letto i giornali. E lui, con lealtà, ha ammesso di non avermi mai sentito pronunciare una simile parola».

Infatti è davanti ai cronisti che lei ha definito Gentiloni in quel modo.

«Ripeto: io non ho mai detto che Gentiloni è una merda… mentre non ho problemi a confermare che molti miei colleghi sono degli sciacalli».

Nemmeno questo è un bel termine.

«Lo so: ma ha la forza di aiutarmi a esprimere un giudizio politico».

Continui.

«C’è poco da aggiungere: hanno avuto la faccia tosta, lo stomaco, di lucrare su una vicenda complessa come quella che abbiamo affrontato, trasformando un momento di vita parlamentare in un antipasto del congresso. Uno schifo».

Lei, onorevole, continua ad usare concetti molto forti.

«Hanno avuto tre ore per porre i loro problemi, ma i dubbi gli sono venuti solo al momento di votare… Sciacalli, Nient’altro che sciacalli».

Mentre Gentiloni replica via Twitter («Sono fiero di non aver votato ieri. A @orfini che mi dice: non sei una m. ma solo uno sciacallo rispondo: occhio agli amici del giaguaro»), Emanuele Macaluso, 89 anni, giornalista ed ex sindacalista ed esponente di rango del Partito comunista, sente questi discorsi, queste parole, e trasale.

«Che volgarità… Ma davvero sono volati simili insulti? Oh, se ripenso al genere di linguaggio che veniva utilizzato nella sinistra italiana, un tempo, al tempo del Pci…».

I suoi ricordi…

«Nulla, nulla di lontanamente paragonabile a ciò che si sente dire a questi giovani signori. Certo, anche noi polemizzavamo, e con vigore, con tenacia… E poteva esserci uno come Pajetta che magari aveva un carattere un po’ ruvido… Ma ogni scontro era ben dentro certe regole dialettiche, di educazione e rispetto reciproco».

Quando Giorgio Amendola avvertiva qualche soffio di dissidenza poteva arrivare a parlare di «contrabbando revisionista»…

«Ma certo! Gli interlocutori potevano essere accusati al massimo di aver detto una sciocchezza, di pericoloso disfattismo… e anche se, in qualche rara circostanza, si arrivava ai toni più accesi, si restava sempre dentro una certa forma, cercando magari l’eleganza della metafora… E questo, mi creda, valeva per tutti».

Anche per Il Migliore.

Per dire: quando due partigiani comunisti reggiani come Aldo Cucchi e Valdo Magnani accusarono Botteghe Oscure di aver venduto anima e ideologia a Mosca e furono per questo espulsi dal Pci, Palmiro Togliatti spiegò che «due pidocchi erano finiti nella criniera di un cavallo da corsa». E quando poi dovette polemizzare con Giuseppe Prezzolini, disse: «È una meretrice vecchia, venduta su tutti i marciapiedi».

A scavare nella memoria della sinistra italiana, si rintracciano mille scontri, ma quasi sempre affrontati con toni misurati. Ci fu Achille Occhetto che definì «un giuda» Antonio Bassolino. E sempre Occhetto che, a sua volta, si sentì paragonare a «Pulcinella» da D’Alema (che poi , però, smentì).

Ecco, a proposito: cosa penserà D’Alema delle parole usate dal suo ex portavoce Matteo Orfini?

Fabrizio Roncone


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