Lo Stato più magro? Centomila in meno: due anni ancora senza assunzioni

La classica montagna che ha partorito il topolino. Perché? Perché il taglio — che non voleva essere «lineare» ma «mirato» — doveva avvenire rispetto alle piante organiche, cioè ai dipendenti teorici di ciascun ufficio, ma molte amministrazioni sono riuscite a dimostrare di essere già sotto organico e quindi… Inoltre la norma ha operato solo per le amministrazioni centrali, cioè i ministeri, gli enti pubblici non economici, le agenzie fiscali mentre non ha riguardato tutti i lavoratori pubblici che dipendono da Regioni, Province e Comuni. Per questi si è ancora in attesa del decreto ministeriale che dovrebbe individuare i «criteri di virtuosità», come si dice in burocratese. E il ministro della Pubblica amministrazione, Gianpiero D’Alia, in Parlamento ha appena consigliato di non farsi «illusioni taumaturgiche».

Le uniche misure che hanno funzionato sono, guarda caso, anche le più semplici: il blocco delle retribuzioni pubbliche deciso nel 2009 e che continuerà fino a tutto il 2014; il turn over limitato al 20%, nel senso che ogni 100 persone che vanno in pensione non se ne possono assumere più di 20, una norma che viene applicata in modo abbastanza rigido (alcune deroghe ci sono sempre, per esempio per il comparto sicurezza) da 4-5 anni e ha contribuito non poco a ridurre il numero dei dipendenti pubblici, che come ha appena certificato l’Istat, è sceso negli ultimi 10 anni di 368 mila, a 2,8 milioni, senza contare militari e appartenenti alle forze di polizia. Così come, il blocco della contrattazione che tanto ha fatto infuriare i sindacati, ha portato quasi a chiudere la forbice col privato. Secondo gli ultimi dati ufficiali (Aran), nel 2005 la retribuzione contrattuale media pro capite nel pubblico impiego era di 25.183 euro, 2.600 euro in più di quella nel settore privato; nel 2011 è stata di 27.811, solo 1.600 in piu, ma il vantaggio si azzera se il confronto si fa al netto delle retribuzioni dei militari e delle forze dell’ordine. Oggi allora il problema non appare tanto quello del numero assoluto dei dipendenti pubblici, bensì quello della loro produttività, che dipende da numerosi fattori: l’età, la formazione, la dislocazione tra le amministrazioni e sul territorio.

L’età media dei travet è avanzata, sfiora i 50 anni. Secondo la proposta dei parlamentari Tabacci (Centro democratico), Melilli (Pd), Romano (Scelta civica) e Rughetti (Pd) pubblicata ieri dal Corriere, almeno 100 mila dipendenti publici potrebbero essere lasciati a casa a svolgere telelavoro o in attesa della pensione con uno stipendio ridotto del 30%, con un risparmio di un miliardo. Ma al ministero della Pubblica amministrazione sono scettici. Spiega Antonio Naddeo, capo del dipartimento della Funzione pubblica che ha collaborato con tutti gli ultimi ministri, varando le riforme più importanti: «Proseguendo semplicemente il blocco del turn over, 100 mila dipendenti pubblici in meno li avremo al massimo in paio d’anni», senza bisogno di infilarsi in operazioni che incontrerebbero numerosi ostacoli, dall’organizzazione del telelavoro alla fatto che «il grosso dei dipendenti pubblici sta nei servizi, dalla scuola alla sanità, che sono difficilmente comprimibili. Eppoi, in tanti anni, non ho mai visto un ministero o un direttore di Asl che dicesse: sì, posso fare a meno di un dipendente». Molto più interessante, prosegue Naddeo, è invece l’altra proposta dei 4 parlamentari, di vietare il cumulo tra la pensione pubblica e incarichi di lavoro presso le amministrazioni. «Si favorirebbe l’eliminazione di tante consulenze» che, ha certificato la Ragioneria generale dello Stato, costano ancora due miliardi di euro all’anno.

Una somma «che potrebbe essere immediatamente recuperata e destinata alla contrattazione», dice il segretario generale della Funzione pubblica-Cisl Giovanni Faverin, che non crede neppure lui alla fattibilità del telelavoro: «Nel privato, quando si fa, non è mica previsto un taglio della retribuzione, l’impresa i risparmi li fa sulle locazioni e su altri costi fissi». Se si vuole tagliare, continua il sindacalista, «bisogna ridurre il numero dei dirigenti, che continuano ad aumentare, e guardare alla spesa per acquisto di beni e servizi, anche questa in perenne crescita, perché ci sono più di 10 mila centri di spesa che solo in piccola parte si attengono ai costi standard e alle procedure Consip». Ragionevole pure il prepensionamento, dice Faverin. Ma, anche qui, difficile da applicare. Qualche anno fa il governo aveva previsto il pensionamento obbligatorio per i dipendenti pubblici che raggiungevano 40 anni di servizio, ma molti dirigenti hanno fatto ricorso ai giudici e hanno vinto. Poi c’è chi fa maliziosamente osservare che i primi ad essere contrari ai prepensionamenti sono gli alti burocrati del Tesoro, che ufficialmente usano l’argomento del rischio sulla spesa previdenziale, ma forse difendono anche la loro poltrona. Come minimo, sono in conflitto d’interessi.

Risparmi se ne possono fare ancora molti, dice Renato Brunetta, capogruppo pdl alla Camera ed ex ministro della Pubblica amministrazione che passò per quell’incarico come un ciclone: «Tabacci e gli altri firmatari fanno finta di non sapere che il governo Berlusconi ha posto tutte le basi per una burocrazia più efficace e meno costosa. Il blocco delle assunzioni e delle retribuzioni ha funzionato. Le auto blu sono state ridotte. Adesso, dopo il governo Monti che ha bloccato la riforma, bisogna accelerare l’informatizzazione, applicare la mobilità obbligatoria e le norme sulla trasparenza e il merito. Poi si può anche intervenire sul telelavoro e ancora sulle consulenze, ma sono quisquiglie».

Enrico Marro


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