Il sogno australiano è in crisi?

Con una particolarità: l’espansione del primo decennio nel 1990 è stata costruita su basi solide, quali l’aumento della produttività, l’esportazione di materie prime e la riforma del sistema di raccolta; l’espansione del secondo decennio, invece, è stata costruita principalmente sui servizi finanziari e sul boom immobiliare. Come conseguenza, il tasso di cambio reale è aumentato troppo rapidamente, arrivando ad andare molto oltre i livelli compatibili con la piena occupazione e l’espansione della produzione economica una volta che il boom delle risorse sarà terminato. Nel frattempo, anche la spesa reale ha superato i livelli sostenibili, guidata da aspettative molto elevate sugli standard di vita. Presto o tardi, famiglie e imprese dovranno rivedere i loro livelli di spesa, andando incontro alla necessità di cambiare drasticamente il tenore di vita degli ultimi anni. Tutti questi problemi rischiano di venire improvvisamente a galla nel momento in cui la grande prosperità degli ultimi due decenni subirà un rallentamento con la fisiologica fine del boom del mercato immobiliare e dei consumi.

Questo avrebbe, almeno in teoria, dovuto verificarsi entro metà del primo decennio del secolo; ma dopo il 2000 è successo qualcosa di imprevisto. La straordinaria crescita economica della Cina ha portato un inatteso flusso di risorse dall’Asia. Allo stesso tempo, la Cina si è rivolta all’Australia per l’acquisto di materie prime e altri beni commerciali, permettendo così all’economia australiana di continuare a progredire con lo stesso vigore degli anni precedenti. Non a caso, negli ultimi anni le occasioni di incontro tra i due Paesi sono state numerose, mentre i flussi commerciali tra Australia e Pechino sono quasi decuplicati fra il 2001 ed il 2010. Nel periodo 2008-2009, gli scambi economici hanno raggiunto gli 80 miliardi di dollari. Secondi i dati, gli Australiani hanno investito 6 miliardi di dollari (fino al 2009) in più di 10 mila progetti in Cina e la Cina ha contraccambiato con investimenti (non finanziari) in Australia per 3 miliardi di dollari, tanto che l’ex ministro degli esteri australiano Kevin Rudd aveva addirittura ribattezzato “Australia-China 2.0” il volto che la relazione fra Australia e Cina andava assumendo sotto il profilo economico ed all’interno del quadro strategico di confronti ed alleanze nel Pacifico. Ultimamente le cose sono un po’ cambiate: anzitutto la crescita cinese ha rallentato i motori; e, in secondo luogo, questioni politiche e in particolare le posizioni dell’Australia nei confronti del Dalai Lama e lo scandalo della società Rio Tinto hanno incrinato le relazioni tra i due Paesi. Alla luce di questi sviluppi, i rischi collegati a una fine precoce del boom immobiliare e dei consumi tornano a pesare sull’economia australiana come una spada di Damocle.

Nel frattempo ci sono anche tanti altri pericoli legati a fattori sociali e politici. Il lungo periodo di prosperità ha fornito un ambiente congeniale per il radicamento di una nuova cultura politica che eleva il materialismo privato rispetto agli interessi pubblici. Molti studiosi, da Weber (1905) a Hirsch (1976) e Stiglitz e Krugman (2011) hanno osservato che una stabile economia di mercato richiede ai cittadini di accettare moderazione nel perseguimento di interessi privati. Al contrario, le possibilità di perseguire un tenore di vita elevatissimo hanno creato terreno fertile per la diffusione di una concezione legata all’immediato piuttosto che al lungo periodo. ? Ogni cambiamento di questa situazione rischia di frustrare le aspettative degli australiani, inaugurando un periodo di instabilità. Tali tensioni non sono fisiologiche; per evitarle, tuttavia, è necessario riconoscere che il periodo di straordinaria prosperità economica sperimentata dall’Australia negli ultimi due decenni non è destinato a durare per sempre.

Lorenzo Piccoli


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