Egitto in marcia: “Morsi vattene” scontri e vittime, esercito in allerta

by Sergio Segio | 1 Luglio 2013 7:46

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IL CAIRO UNO solo slogan diretto al primo presidente islamista eletto appena un anno fa: «Erhal! », Vattene. È stata la più grande manifestazione di protesta nella storia dell’Egitto, stimeranno in serata i vertici dell’esercito. Le proteste più imponenti nella capitale, dove Piazza Tahrir ieri sera era colma come durante la rivoluzione, il palazzo presidenziale – che fu di Hosni Mubarak e che oggi è del “nuovo raìs islamico” Mohammed Morsi – era pacificamente assediato da decine di migliaia di manifestanti. Una folla quasi festosa fatta di famiglie, di uomini, di donne col velo e senza, di bambini che sventolavano il tricolore egiziano, in un caos di campanelli, tamburi e “vuvuzelas”, ha risposto con entusiasmo all’appello di Tamarod – la Rivolta – di scendere in piazza per il “giorno del giudizio” sul presidente Morsi, forti degli oltre 22 milioni di firme raccolti con la petizione che ne chiede le dimissioni immediate. I timori di un’altra giornata di sanguinosa battaglia per le strade della capitale, a ora di pranzo si sono rapidamente ridimensionati, e il timore che una ondata di violenze potesse investire tutti e tutto che aveva spinto ambasciate e enti stranieri a un rapido esodo dei dipendenti non indispensabili
– si è dissolto per un clima festante che avevano tutti i cortei confluiti sulla Tahrir, la piazza diventata il simbolo della richiesta una democrazia compiuta che viene da milioni di egiziani: studenti, rappresentati della magistratura, comitati di quartiere, sindacati, associazioni femminili, la Lega per la difesa delle donne. Nessuno ha tentato di scavalcare i muri, rapidamente rinforzati dalla polizia nei giorni scorsi, che chiudono le strade per Garden City, l’elegante zona delle sedi diplomatiche. La polizia è stata schierata lontano e con discrezione, ma diverse volte elicotteri militari hanno sorvolato la zona.
Nell’altra Piazza, con il sit-in a favore di Morsi, nei pressi la moschea di Rabaa al-Adawiya, ventimila sostenitori della Fratellanza musulmana si battevano il petto in difesa della “legittimità” del loro presidente. «Il primo eletto democraticamente in questo paese », vuole sottolineare Youssuf Adel, insegnante di scuola media e da sempre sostenitore della Confraternita. Ma ammette che suo figlio ventenne Bassam è «su quell’altra piazza», insieme ai ragazzi di Tamarod, del Fronte di salvezza nazionale, dei movimenti giovanili.
«Siamo qui e certamente non ce andremo», annuncia Ida Ghali, una ragazza di trent’anni ingegnere, con il “cartellino rosso per Morsi” appeso al collo mentre sventola un bandierone egiziano sull’angolo fra la Tahrir e l’American University.
Anticipa di qualche ora la nuova parola d’ordine che passa con la “Dichiarazione rivoluzionaria n.1” del Fronte di salvezza nazionale che fa appello a tutti i cittadini perché «mantengano l’occupazione pacifica di strade e piazze in tutto il Paese, fino alla caduta dell’ultimo esponente di questo regime».
Sarà quindi confronto a oltranza fra l’opposizione e gli islamisti che sostengono Morsi, un confronto dal quale il Paese può solo uscire in condizioni peggiori rispetto a quelle disastrate di adesso.
Al vuoto politico, si somma la crisi economica, la disoccupazione, la penuria di benzina, la deriva della sicurezza. Rapine, furti e stupri si sono moltiplicati, come i casi di giustizia sommaria, perché la polizia è semplicemente scomparsa dalle strade. La gente è esasperata. In un contesto così esplosivo il presidente Morsi ieri sera ha fatto annunciare di «essere pronto al dialogo ma senza nessuna concessione» alle richieste dell’opposizione,
un’affermazione grottesca se non arrivasse in una situazione drammatica.
A sera il confronto pacifico delle piazze è cambiato, è arrivata la notizia di due morti nel Delta del Nilo, quattro negli scontri in tutto il Paese. Sulla collina di Moqattam, che domina la città, il Quartier Generale della Fratellanza musulmana è stato assaltato da qualche centinaio di giovani a colpi di bottiglie molotov, altre scaramucce sono segnalate nell’immenso “
faubourg” del Cairo, gettando un’ombra sui prossimi giorni: il volto “pacifico” della protesta potrebbe rapidamente cambiare. La sicurezza egiziana ha arrestato ieri in un appartamento 26 militanti islamici che custodivano pistole, coltelli, giubbotti antiproiettile; altri a bordo di alcuni pullmini sono stati invece bloccati mentre cercavano di entrare nella capitale con armi e bottiglie incendiarie. Per il Cairo inizia un’altra notte col fiato sospeso. Specie dopo che ieri sera il ministro della Difesa Abdel Fattah el Sissi ha posto l’Esercito in stato di “massima allerta”. Un ulteriore segnale – dopo l’avvertimento già lanciato giovedì scorso in cui si annunciava che la Difesa «non avrebbe accettato una deriva dello Stato senza intervenire» – che l’Esercito è pronto a tornare sulla scena come nel dopo-Mubarak. Questi sei giorni che precedono il Ramadan, il mese sacro per i musulmani che inizia domenica prossima, saranno determinanti per il futuro dell’Egitto.

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