Famiglia, multe, soap opera il dossier sul Bin Laden segreto

I bambini di casa lo chiamavano tra loro lo Zio Povero, “Miskeen Kaka”, mentre giocavano conluinell’ortodietrole mura. Povero, perché aveva soltanto sei palandrane, tre per l’estate, tre per l’inverno, e un cappellone da cowboy per nascondere il volto all’occhio dei satelliti che cercavano proprio lui, Osama Bin Laden, lo zio buono che seminava pomodori e raccoglieva vite umane.
Non è soltanto il solito rapporto finale di una commissione d’inchiesta, quel volume di 366 pagine che il governo del Pakistan, sul cui territorio Osama fu raggiunto e assassinato dai Navy Seals americani, non avrebbe voluto pubblicare, ma che una mano provvida ha fatto arrivare alla tv del Qatar,
Al Jazeera.
Insieme con conclusioni sferzanti sulla «incompe-tenza », la «corruzione », la «disorganiz-zazione » e il «quasi totale fallimento della burocrazia pakistana » (notare il «quasi») gli investigatori che hanno lavorato per due anni esatti sulla morte di Bin Laden hanno ricostruito e raccontato la storia e la vita quotidiana di colui che per 10 anni fu il criminale più ricercato del mondo.
Per leggere questo volume e non sorridere davanti alla banalità di dettagli di una latitanza durata un decennio che ricorda le vite e le precauzioni di “capi dei capi” mafiosi, si deve sempre proiettare il racconto sullo schermo di quelle Torri squarciate da jumbo jet civili. Si parte dalla fuga dello sceicco di Al Qaeda dalle “caverne nere”, Tora Bora, nei monti fra l’Afghanistan e il Pakistan dove era stato individuato e circondato dalle Forze Speciali americane nel dicembre del 2001. L’ottusità degli alti comandi Usa, fissati ormai sull’Iraq, e della Casa Bianca impedì che fossero inviati rinforzi e Osama sgattaiolò fuori. Viaggiò a bordo di un auto, guidata dal fedelissimo Al-Kuwaiti e fu fermato per eccesso di velocità sfrecciando in un paese. Il guidatore convinse il vigile urbano a lasciar andare l’auto, probabilmente con qualche opportuno bakshish, con qualche banconota e il poliziotto non vide, o non volle vedere, che seduto dietro, con la barba rasata, c’era il Nemico Pubblico Numero 1, Osama Bin Laden.
Per tre anni, vagò nelle valli del Waziristan, ospitato e nascosto da villaggi, clan, capitribù, in quel labirinto geografico e culturale dove i think tank nei palazzi di Washington credevano nella loro supponenza boriosa di poter esportare la democrazia jeffersoniana a colpi di droni, di mazzette ai signori della guerra e di Forze Speciali. Nel suo ruzzolare sempre più lontano dall’Afghanistan, ricostruisce la Commissione pakistana, la corsa si fermò ad Abbottabad, città a 100 km da Rawalpindi. La scelta non fu casuale: Abottabad ospita il principale centro di addestramento militare del Pakistan ed è insieme, lo nota la commissione, un alveare di jihadisti e terroristi ricercati.
E qui il filo della tragedia che cominciò a dipanarsi alle 8,30 dell’11 settembre sfiora la commedia. Il piccolo clan dei Bin Laden sceglie una piccola casa ad appena un chilometro dalle caserme dei militari che dovrebbero dargli la caccia. La comperano con una paccata di contanti — niente domande, formulari e mutui, ovviamente — e con documenti falsi. Ci vivono, con lui, sei donne, una dozzina di uomini e una frotta di bambini che ignorano la sua identità. Per loro è lo “Zio”, quel signore gentile e allampanato di un metro e 93 che cerca di distrarli, di farli giocare nell’orto coltivato dietro i muri di recinzione alzati oltre il limite previsto da norme che tanto nessuno rispetta, cheliinvitaafaregarepervedere chi riesca a produrre più cetrioli, pomodori, zucchine e piante aromatiche. Se escono di casa, non hanno mai una rupia in tasca, per evitare che possano comperare qualcosa al mercato e suscitare la curiosità dei mercanti. Guardano molto la televisione, come tutti i bambini, ma soltanto fino a quando sullo schermo appare il
volto dello “Zio Povero” in un programma di notizie. Da quel momento in poi ai bambini, e alle donne, tanto per cambiare, sarà proibita la tv.
Ma per accontentare le irrequiete donne di casa, e accogliere le loro ben fondate lagnanze in quel covo doppiamente carcere e soffocante per le femmine, Bin Laden, che non ha mai problemi di danaro, farà costruire un terzo piano della villetta, quello dove sarà scoperto e fulminato dai Seals. Sarebbe stato necessario un permesso edilizio ma di nuovo, nessun problema, nota la Commissione con un conato di disgusto. Neppure per la tasse. Il clan di Bin Laden non pagherà mai una solarupiadell’Imupakistanaenessuno andrà mai a bussare per esigere
arretrati e more.
Le autorità del Comune di Abbottabad chiudono gli occhi: danaro, pressioni, paura, fanghiglia di una burocrazia disastrosa. Il terzo piano viene eretto, le donne e i bambinihannopiùspazioeOsama ha il proprio studio, nel quale riceve i corrieri che portano e ricevono informazioni e ordini da e per la costellazione della jihad sanguinaria. Tra loro, c’è Khalid Sheik Mohammad, l’ideatore dell’operazione “Torri Gemelle” che sarà poi arrestato in Pakistan e trasportato a Guantanamo dove ha confessato una litania di attentati riusciti o falliti come la operazione “Bojinka” che avrebbe dovuto far esplodere dieci aerei civili in volo.
Lo Zio è frugale. Non ha vizi visibili, mangia pochissimo, possiede i sei camicioni classici da pakistano, i shalwar qamiz, una giacca e un pullover. I vicini ignorano quel fortino e i due corrieri fidati vanno e vengono senza contatti con i locali. Tra i bambini che giocano al piccolo agricoltore con lo zio nascosto sotto il cappellone da western ci sono anche i loro figli, garanzia di fedeltà e omertà. Per quasi dieci anni di latitanza in Pakistan, prima girovagando poi arroccato nel compund, nel fortino di Abottabad, nessunodisturberàmail’uomopiù ricercato del mondo. Non per complicità, si affretta a dire la Commissione che avrebbe voluto tenere segreto il rapporto, ma proprio per incapacità e si fa fatica a crederci, perché nel corso del 2011 qualcosa accade, che a un chilometro da una grande base militare qualcuno avrebbe dovuto notare.
Improvvisamente, alberi attorno alla rocca del terrorista supremo alberi vengono abbattuti, ruderi di edifici spianati, strade ricoperte per essere più visibili. I radar per la sorveglianza aerea lungo il confine con l’Afghanistan restano spenti e inattivi. Sembra quasi che si voglia spianare la strada a qualcuno e qualcosa che arriverà da ovest, per rendergli il percorso più facile. E qualcuno arriva, il 2 maggio del 2011, a “Zero Dark Thirty”, trenta minuti dopo il buio. La lunga fuga verso la notte di Osama Bin Laden finisce e lo Zio Povero piomba nelle profondità dell’Oceano Indiano, avvolto in un sudario.


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