IL BANCOMAT DI DON SALVATORE

 SOTTO i riflettori, l’arresto di don Salvatore Ligresti e dei suoi cari: alias “the Family” di Paternò, provincia di Catania, incistata nel “set” dei cosiddetti Salotti buoni del capitalismo italiano e dedita per decenni al grande saccheggio ambrosiano.
Fred Blake-De Niro, il mafioso newyorkese protagonista film di Besson tratto del romanzo “Malavita” del francese Tonino Benacquista, viene trasferito sotto protezione in Normandia, dove invece di ravvedersi perpetua i vecchi metodi delinquenziali. Anche don Salvatore non si è ravveduto dopo
aver trascorso 121 terribili giorni a San Vittore, confortato soltanto dal compagno di cella che gli preparava piatti succulenti di spaghetti alle cozze. Era il 16 luglio 1992 quando il pool milanese di Mani pulite lo fece arrestare per aver pagato tangenti al Psi e alla Dc per ottenere appalti della Metropolitana milanese. Passa poi un anno e va sotto inchiesta per 17 miliardi di lire di tangenti pagate per far ottenere alla Sai l’esclusiva sulle polizze d’assicurazione sulla vita dei 140 mila dipendenti dell’Eni: condanna di due anni e quattro mesi in Cassazione, nello stesso processo che costò cinque anni e sei mesi a Bettino Craxi e che aveva provocato il suicidio in carcere del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari.
Che cosa ti aspetteresti da uno che ne ha passate tante e tali con la giustizia? Se non il ravvedimento almeno un po’ di prudenza. Ma non don Salvatore, che sfangata Mani Pulite torna a comportarsi come un intoccabile. Enrico Cuccia, che lo coccolò per anni perché convincesse Craxi sulla privatizzazione di Mediobanca, non c’è più, ma l’Italia ha la memoria corta e il capitalismo di relazione perdona facilmente gli impulsi delinquenziali dei suoi adepti. Soprattutto se sono coltivati da un tipo come Ligresti soprannominato “Mister 5 per cento” perché si trova a controllare partecipazioni in Mediobanca, Pirelli, Gemina, Rcs, Generali. Partecipazioni nel cuore del capitalismo delle scatole cinesi e dei conflitti d’interesse, il suo asso nella manica, insieme a Berlusconi e al suo stretto entourage, che hanno sostituito Craxi nel ruolo di santi protettori.
Quando per le condanne subite don Salvatore non può più ricoprire cariche ufficiali nel suo gruppo, divide i posti di vertice tra i figli Jonella, Giulia e Paolo (per ora sfuggito all’arresto), ma è lui che continua a comandare. La figliolanza, che si rivela famelica non meno del capostipite, lo aiuta considerevolmente nel saccheggio che ha condotto sull’orlo della bancarotta una delle maggiori compagnie assicurative del paese a spese degli azionisti e dei clienti, con la complicità di banchieri, industriali, politici e autorità di controllo. Dall’inchiesta che ha portato agli arresti di ieri sembra emergere che “the Family” ha depredato qualcosa come 250 milioni di euro in pochi anni, come se le società controllate fossero il Bancomat di famiglia. E poi diciamo le “piccole” utilità, un monumento grottesco alla megalomania a spese altrui. L’ingegnere aveva a disposizione 3 auto Mercedes e Audi, un autista, 2 telefoni, l’ospitalità gratuita negli Atahotel. A Jonella di auto ne occorrevano quattro: 3 Bmw e una Mercedes, più un autista, una foresteria a Roma, 3 telefoni e 3 “ risorse” per uso personale, cioè dipendenti pagati dalle società del gruppo, ma al servizio della signora. A Giulia invece erano state assegnate 5 auto di proprietà aziendale, 2 Audi 8, una Mercedes,
una Mini Cooper e un’Alfa Romeo, che forse serviva all’autista o alle 3 “risorse” personali. Paolo si accontentava di una Lexus, di una Mercedes e di un’Audi, più 5 telefoni, una foresteria a Roma, un autista e 2 “risorse”. The Family nel suo insieme poteva contare gratuitamente su 13 automobili, 18 linee di telefonia mobile, 25 di telefonia fissa, una villa a Viareggio, 15 appartamenti al Tanka Village per loro e per gli amici, 6 abbonamenti
a Sky, 10 “risorse”, più la vigilanza.
Jonella, beniamina di papà che le affida gli incarichi aziendali più prestigiosi, lodevolmente ama gli animali e in particolare i cavalli. Ma chi paga l’hobby della cavallerizza? Naturalmente la Fondiaria Sai che versa milioni alla Laità srl, la società di famiglia che possiede Toulon, il cavallo preferito dall’amazzone. La quale ha anche ambizioni diciamo culturali, che la portarono anni fa a brigare per ottenere una laurea honoris causa, che l’Università di Torino non ebbe difficoltà a conferirle. Ma mentre la festosa cerimonia era in corso in un hotel di famiglia, l’allora ministro Fabio Mussi, benemerito, comunicò che quella laurea non era «compatibile con il sistema vigente di studi». Ciò che non impedì al bocconiano professor Sergio Bortolani di esaltare la superba “capacità imprenditoriale” della signora. Questo Bortolani andò a nascondersi? No, per la serie l’Italia senza memoria è direttore della Scuola di Management ed Economia dell’Università di Torino e consigliere della Banca d’Italia. Giulia, invece, è la bella di casa tanto che Novella 2000, testata della Rizzoli di cui la famiglia era azionista, la impalma reginetta di bellezza tra le top manager, sulla base del giudizio di una giuria di 20 banchieri e giornalisti economici (di cui ci piacerebbe conoscere i nomi). La reginetta fa la stilista a spese della Fondiaria Sai, che le versa milioni per “omaggistica” e viaggia in elicottero a spese della Premafin. Per il figlio maschio Paolo, che come Jonella predilige invece i jet privati, don Salvatore scelse il consiglio del Milan, ad onorare l’antico sodalizio con Silvio Berlusconi, che tra i tanti episodi annovera la triangolazione per finanziare l’acquisto della televisione (non il televisore) Gbr per Anja Pieroni, antica amante del leader socialista: soldi di Ligresti e di Berlusconi, curatore dell’operazione Paolo Ro-
mani, ministro dello Sviluppo economico nell’ultimo governo del Cavaliere e facilitatore di molti affari personali del capo, come quello dei terreni di famiglia alla Cascinazza di Monza. La figliolanza è sì famelica, ma il padre li supera tutti. In poco tempo si è concesso il pagamento di consulenze per una quarantina di milioni. La Guardia di Finanza e i Pm faticheranno poi non poco a ricostruire tutte le consulenze in contanti o “in natura” all’estesissimo clan ligrestiano. Intanto c’è la famiglia La Russa. Giunto a Milano tanti anni fa, don Salvatore fu presentato a Cuccia da Antonino La Russa, fascista, ex federale di Paternò e capoclan della genia che tuttora infesta Milano. A libro paga dell’ex Gruppo Ligresti figuravano Geronimo, figlio gaudente dell’ex caricaturale ministro “Gnazio”, e il fratello Vincenzo, mentre un altro fratello allieta la schiera dei consiglieri regionali lombardi nei guai con la giustizia. Nel governo Monti, Ignazio non entrò come ministro, ma impose come sottosegretario alla Difesa Filippo Milone, anche lui catanese di Paternò, quello che bussava a soldi alla Finmeccanica di Guarguaglini per conto del Pdl e che ha sempre lavorato nelle società immobiliari
di Ligresti.
Politici, prefetti, grand commis: chi può dire di non aver avuto qualche favore da Totò Ligresti? Andrea Giannini, figlio di Giancarlo, ex presidente dell’Autorità di controllo sulle assicurazioni che avrebbe dovuto fare le pulci alle società ligrestiane, ha lavorato in Fondiaria. Piergiorgio Peluso, figlio dell’attuale ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, è stato da poco liquidato con 3,6 milioni di euro dalla Fonsai dopo quattordici mesi di lavoro. Ma il capolavoro di don Salvatore è stato quello delle Tre Madonne. Piccolo episodio, se volete, rispetto alla infinita voragine di credibilità e di moralità del capitalismo di relazione all’italiana, ma emblematico del modus operandi di un sistema sconcio fondato sui favori, sugli amici e gli amici degli amici. Roma, Parioli, in via delle Tre Madonne 16/18 c’è un lussuoso condominio che ricorda, per stare ai paralleli cinematografici, quello del film “The devil’s advocate”, dove l’avvocato Milton- Al Pacino concedeva gli appartamenti ai suoi adepti. Capisco che è difficile crederci, ma in quel palazzo in una delle vie più belle di Roma, abita o ha abitato, come ha rivelato “L’Espresso”, una legione impareggiabile di potenti, non si sa se gratis o a prezzo d’affezione (ma poco importa): da Angelino Alfano, attuale ministro dell’Interno a sua insaputa e vicepresidente del Consiglio, a Renato Brunetta, concitato presidente dei deputati berlusconiani; da Mauro Masi ex direttore generale della Rai e attuale amministratore delegato della Consap, che si occupa di servizi assicurativi pubblici, a Italo Bocchino, ex vice di Gianfranco Fini, fino a Chiara e Benedetta Geronzi, figlie di Cesare, ex presidente di Mediobanca e di Generali e lord protettore del Sistema Ligresti. Perla condominiale Marco Cardia, figlio dell’ex presidente della Consob Lamberto Cardia. Capite ora perché è un po’ da babbei continuare a chiedersi dov’era l’Autorità di controllo negli anni in cui il clan di Paternò — e altri consimili — spolpavano società quotate in Borsa?


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