Il patto inconfessabile sulla nostra sicurezza

 UN PO’ come fanno gli oppositori dei regimi in Iran o in Arabia Saudita quando parlano di questioni delicate. Il rischio intercettazioni era già scritto nella colonna degli eventi plausibili. Ciò che deve aver spiazzato i ventitré uomini del consiglio direttivo dell’Eurotower (nessuna donna fra loro) è piuttosto l’origine della minaccia: il paese nel quale molti di loro si sono formati alle grandi università dell’Ivy League.
Alla Bce in realtà le difese erano state erette in direzioni del tutto diverse. Le precauzioni sui cellulari appartengono ai momenti più duri della guerra al terrorismo islamico, soprattutto negli anni di George W. Bush. E se qualcuno è mai stato sorpreso mentre cercava di penetrare nei sistemi dell’Eurotower, le tracce hanno sempre portato verso Oriente. Benché non li abbia mai denunciati in pubblico, la Banca centrale europea ha subito attacchi informatici ripetutamente: ma appunto gli hacker di solito risultavano situati in Cina, e poco importa se la banca centrale di Pechino custodisce riserve in titoli di Stato europei per circa 500 miliardi di euro.
Vero, non è dimostrato che i controlli della National Security Agency su Francoforte si spieghino solo o soprattutto con il ruolo della Bce. Anche altri fattori devono aver contato. Ogni giorno la piazza finanziaria tedesca è al centro di flussi privati per centinaia di miliardi e da lì possono passare anche i fondi destinati al terrorismo internazionale o agli Stati paria. Nel 2007, l’allora sottosegretario al Tesoro Stuart Levey (oggi banchiere a Hsbc) intraprese una missione in Europa con il compito di dissuadere le grandi banche del continente dalle attività legate all’Iran. In Italia, all’epoca, Levey visitò Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Bnl; in Francia Société Générale; in Germania vide le figure di vertice di Commerzbank a Francoforte. Da allora i flussi dei grandi istituti di credito su Teheran si sono estinti, ma non così i timori degli americani a questo proposito. La stessa attività della Cia su Milano sembra legata soprattutto al sospetto, chissà quanto fondato, che alcune piccole o medie imprese italiane possano fornire all’Iran prodotti riconvertibili ad uso militare. Deriva anche da qui l’attenzione verso le banche dell’area euro, perché non favoriscano questi scambi.
Ma, giustificato o no, il nervosismo degli americani non sposta di una virgola il problema di fondo: la credibilità degli europei nell’infuriarsi resta davvero esigua. Gli stessi silenzi di ieri del presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso o di Herman Van Rompuy dal palazzo del Consiglio suggeriscono che lo squilibrio fra le due sponde dell’Atlantico è politico, prima che tecnologico. Il bilancio della National Security Agency è di circa 15 miliardi di dollari l’anno, quello di tutte le agenzie di intelligence americane di oltre 75. E gli europei non sono in grado o non intendono affatto spendere somme del genere per garantire la propria sicurezza digitale. A vent’anni dal Trattato di Maastricht, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia restano lontane anni luce da un riordino dei bilanci della difesa che possa creare un sistema di intelligence comune minimamente efficace. In queste condizioni, l’Europa affida di fatto la propria sorveglianza elettronica in outsourcing — in gestione esterna — agli Stati Uniti: l’unica superpotenza con le risorse finanziarie e le competenze tecniche per farlo.
Barroso e Van Rompuy lo sanno e anche per questo, non solo per proteggere le loro carriere, sul Datagate tacciono. Ma neanche la loro discrezione riesce a mettere l’Europa al riparo dalle conseguenze delle rivelazioni sulla Nsa. La settimana prossima partono a Washington i negoziati per l’accordo commerciale transatlantico che gli Stati Uniti perseguono insieme a quello, parallelo, con i paesi del Pacifico. Forse con un po’ di ottimismo,
Bruxelles stima che il nuovo mercato transatlantico possa creare un milione di posti e uno 0,4% di crescita in più ogni anno. Ma ora lo scandalo della Nsa ormai sta gettando sabbia negli ingranaggi del dialogo. Ieri François Hollande, da Parigi, ha ricordato il legame fra il Datagate e i negoziati commerciali: trattare con chi ci spia, è il suo messaggio, diventa ogni giorno più difficile.
La Francia ha già imposto di togliere dal tavolo di quella trattativa l’industria audiovisiva, che Parigi sussidia con forza (mettendo peraltro in difficoltà la concorrenza italiana). Ora anche gli scambi sui flussi dati commerciali diventano problematici. E gli emissari di Bruxelles andrebbero forse perdonati, settimana prossima, se nell’aggirarsi per Washington non riuscissero a scrollarsi di dosso una strana sensazione: come un’ombra che continua ostinatamente a seguirli dietro alle spalle.


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