Il rovello di Obama

by Sergio Segio | 5 Luglio 2013 7:04

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Il tumultuoso precipitare della crisi; la necessità di parare la doppia accusa di eccessiva acquiescenza a quello che a tutti gli effetti è stato un golpe, ovvero di aver volutamente sottovalutato la profondità della protesta contro la deriva autoritaria dei Fratelli musulmani, la pericolosa imprevedibilità degli sviluppi, pongono il presidente americano in una condizione di paralizzante incertezza sul corso da seguire. Per molti aspetti, la Casa Bianca rivive l’inverno dello scontento del 2011, quando Washington si arrovellò per settimane tra l’appoggio a un vecchio alleato in declino e la riluttanza a ingerirsi, preoccupata di apparire troppo invasiva agli occhi dei giovani di Piazza Tahrir. Anche questa volta Obama ha telefonato a un leader nella tormenta, anche questa volta le gerarchie militari Usa sono state in intenso contatto con quelle del Cairo, anche questa volta un reparto di marines è stato avvicinato dal Portogallo a Sigonella, pronto per ogni evenienza. La differenza con due anni fa è che il presidente Obama tocca oggi con mano una dimensione inedita della presenza americana in Egitto: se non l’irrilevanza, l’esito della partita mostra la momentanea mancanza di influenza nella vicenda interna di un Paese, che pure è stato un alleato cruciale degli Usa in Medio Oriente, ma di recente è diventato solo fonte di problemi. E mentre rimane altissimo il rischio di nuove violenze, l’America deve scegliere una studiata neutralità, costretta perfino a spuntare l’unica, vera arma di pressione di cui dispone: Obama si è ben guardato infatti dal minacciare la sospensione degli aiuti militari, 1,3 miliardi di dollari l’anno, come già chiedono diversi esponenti del Congresso, limitandosi a dire che il governo valuterà le implicazioni della decisione dei generali egiziani. Simbolo e metafora di questa paralisi, è l’ambasciatrice americana al Cairo, Anne W. Patterson, bersaglio di critiche feroci sia da parte sia dei sostenitori di Morsi, che l’accusano di aver trescato con l’opposizione, sia del fronte anti-governativo uscito vincente dal confronto, che le rimprovera di averla snobbata e aver addirittura fatto parte di una congiura «contro il popolo egiziano». Due punti di vista, una sola verità: gli Stati Uniti non possono o non vogliono più fare la differenza in Egitto. «Non si può appoggiare la parte sbagliata, così non appoggiamo nessuno», riassume una fonte della Casa Bianca. Non è esattamente una prospettiva che rassicuri. Non solo per l’Egitto, ma per tutte le transizioni politiche in corso nel Medio Oriente.

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