LA MASCHERA DELLO ZAR

Non è il banchiere Pavel Borodin, costretto a cercare asilo politico a Londra. Navalnyj è un «dissidente di strada», come lo erano negli Anni 70 gli Amalrik, i Bukovskij, gli Jakir, i Pljusc, i Litvinov. La sua condanna è la perfetta trasposizione, nel 2013, dei processi per «propaganda antisovietica » che si tenevano, a porte chiuse, quarant’anni fa in tribunali alla periferia della capitale. Oggi, nel tempo dei blogger, si preferisce il docile tribunale di Kirov e si mette come titolo di copertina la mistificante «appropriazione indebita».
In realtà il rammendo è peggio del buco. Perché ai tempi di Leonid Breznev veniva processato chi era contro il Pcus, il partito unico, impersonato fisicamente dalle mummie meccaniche che il 7 novembre comparivano sulla balconata del mausoleo di Lenin: gli undici uomini del Politbjuro, la nomenklatura del Comitato centrale. Oggi le manette scattano ai polsi di chi minaccia il primato assoluto del leader unico. Perché a Mosca non c’è più un potere collegiale, ma «un uomo, un uomo solo al comando», si chiama Vladimir Putin. Chi non è con lui, è contro di lui. La «demokratura» può essere perfin peggio della «nomenklatura ».
Navalnyj è percepito dal Cremlino come una minaccia reale. Perché combatte a viso aperto, non è un prodotto del vivaio del partito (come Surkov, l’ex ideologo di Putin passato all’opposizione) o del Kgb (come Lebedev, che ora possiede giornali in Inghilterra), o dell’oligarchia ingrassata da Eltsin (come era Berezovskij), abituati a tramare nell’ombra. Questo blogger di bella presenza e calda eloquenza è il solo che sa scongelare l’indifferenza della gente, rompere l’apatia delle masse. Le manifestazioni che si sono svolte ieri sera, a Mosca, a San Pietroburgo, dopo che si è saputo della condanna, al di là dei conteggi che divergono al solito a seconda delle fonti, ne sono la prova.
L’improvvisa e sorprendente decisione del sindaco di Mosca Sergej Sobyanin, un devoto di Putin, di anticipare a settembre di quest’anno le elezioni che si dovevano tenere nel 2015, è stata letta come una mossa per impedire che attorno a Navalnyj potesse coagularsi una vera opposizione. Ora la sua condanna può addirittura bloccarne la candidatura anche se la commissione elettorale, martedì, lo aveva ammesso a presentarsi pur in corso di processo. Una decisione molto pruriginosa, perché la legge elettorale, emendata guarda caso l’anno scorso, stabilisce che le persone condannate per «delitti seri» o «molto seri», come quello per il quale Navalnyj era imputato, non sono candidabili.
La sentenza postuma contro Sergej Magnitskij, un altro avvocato che nel 2008 si era battuto contro funzionari corrotti ed era stato incarcerato dalle stesse persone che aveva denunciato, va nella direzione: non si deve sfidare l’assoluta supremazia di Vladimir Putin. Né dentro, né fuori il Cremlino. Dopo la sua morte in carcere nel 2009 una commissione per i diritti umani presieduta dallo stesso presidente Medvedev aveva sancito che le accuse contro Magnitskij erano state fabbricate. Ma Putin ha voluto che fosse processato egualmente e un compiacente tribunale ha condannato un morto per evasione fiscale. Se mai qualcuno pensava che ci fossero due anime dentro i palazzi del potere moscoviti, ora sembra chiaro che ce n’è una sola. Le reazioni internazionali si sono limitate a quello che può ben definirsi il minimo sindacale. La «delusione» della Casa Bianca fa il paio con la «preoccupazione » del ministro degli Esteri dell’Unione europea, Catherine Ashton, sempre così compassata da chiedersi se esista davvero un ministro europeo. Nessuno pretende sanzioni, che sarebbero comunque come sparare alla luna vista l’indifferenza mostrata da Putin a tutte le prese di posizione occidentali sulle questioni più controverse, dalla Siria in giù. Con le dittature si possono fare affari. Si sono sempre fatti, anche perché sotto le poltrone dei dittatori spesso ci sono laghi di petrolio e gas, o tonnellate di metalli preziosi. Ma almeno bisogna avere il coraggio di chiamarli con il loro nome. Dire ancora che quella di Putin è una «democrazia controllata », per salvarsi l’anima oltre che il portafoglio, è quantomeno indecente.


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