Epifani non fa sconti: eseguire la sentenza Ora il Pd apre la pratica incandidabilità

ROMA — Stretto tra Grillo e Vendola, che già cavalcano la condanna contro il Cavaliere per infilzare a morte il governo Letta, Guglielmo Epifani cerca di non deludere gli elettori del Pd non disposti più ad ingoiare altri rospi: «La condanna di Silvio Berlusconi è un atto di grande rilevanza e, per quanto riguarda il Pd, questa condanna non va solo rispettata ma va anche applicata e resa applicabile e a questo spirito si uniformerà il comportamento dei gruppi parlamentari». Il segretario del Pd, dunque, pensa innanzitutto alla tenuta del partito (la sua leadership delle «larghe intese» è sempre nel mirino di Matteo Renzi) ma contestualmente non sembra certo della tenuta del principale alleato di governo: «Seguiremo con attenzione il comportamento del Pdl sapendo che un atteggiamento responsabile rafforzerebbe l’opportunità di tenere distinte le vicende giudiziarie da quelle politiche e di governo». Perciò, chiosa Epifani, «il Pdl in particolare non usi forzature di carattere istituzionale…».
Così, nella fretta di confezionare una dichiarazione prima dei tg serali, il segretario del Pd rischia di fare confusione tra pena principale (che può essere eseguita senza alcun voto del Parlamento) ed eventuali ricadute sullo status di senatore di Silvio Berlusconi. Se infatti il governo Letta dovesse sopravvivere alla condanna per frode fiscale di uno dei suoi maggiori azionisti, già mercoledì 7 in giunta per le Elezioni del Senato aprirà un dibattito drammatico tra Pd e Pdl: «Non si governa con un condannato», annuncia Felice Casson (Pd) che scavalca a sinistra Nichi Vendola («Ora il Pd non può rimanere alleato di Berlusconi») e annuncia che saranno i democratici a sollevare «nella Camera di appartenenza» la questione della incandidabilità di Berlusconi.
Il condannato Berlusconi ora incappa nella incandidabilità/ineleggibilità intervenuta in corso di mandato che riguarda le condanne superiori ai due anni, come stabilisce il decreto Severino (anticorruzione) del 2012: «Ecco — annuncia Casson — noi del Pd mercoledì solleveremo la questione in giunta al Senato perché una condanna a 4 anni per frode fiscale è un fatto molto grave». Conferma il presidente della giunta, Dario Stefano (Sel): «C’è una condanna superiore ai due anni per cui scatta comunque l’incandidabilità e quindi della vicenda Berlusconi ne saremo investiti». Però lo scenario è davvero incerto tanto che Pier Ferdinando Casini (Udc) ha detto a «Porta a Porta» che questo voto definitivo su Berlusconi non è scontato: «Credo che prima di una svolta così drammatica l’unica via d’uscita sarebbero le dimissioni di Berlusconi».
Il Pd tiene alta la bandiera della legalità e invoca il rispetto «che si deve al principio della separazione dei poteri» anche a costo di mettere a dura prova la tenuta del governo. La strada è obbligata anche perché il Movimento Cinque Stelle è pronto ad occupare uno spazio politico immenso. Quello in cui campeggia la scritta «la legge è uguale per tutti». E infatti Beppe Grillo usa toni fortissimi: «Berlusconi è morto. Viva Berlusconi! La sua condanna è come la caduta del Muro di Berlino nel 1989». Perché, argomenta Grillo, «il Muro divise la Germania per 28 anni. L’evasore conclamato, l’amico dei mafiosi, il piduista tessera 1816, ha inquinato, corrotto, paralizzato la politica italiana per 21 anni… Un muro che in Italia ci ha separati dalla democrazia. Oggi questo muro è caduto».
Ma ora nel Pd c’è anche chi si prende una rivincita dopo gli attacchi subiti dal fronte giustizialista: «Ero relatore del ddl anticorruzione e dicevano che era una legge all’acqua di rose….», ricorda Stefano Ceccanti. Gli fa eco Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia: «Ci accusavano di voler salvare Berlusconi dalla concussione, al processo Ruby, e dall’incandidabilità legata al processo Mediaset. Oggi, i fatti dimostrano che quelle accuse erano infondate».
Dino Martirano


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