La restaurazione di al-Sisi nuovo raìs sulle rive del Nilo

IL CAIRO. IL GENERALE Abdel Fattah al-Sisi è un sentimentale. Gli capita di far piangere la platea. In aprile, a conclusione di un concerto, ha preso la parola per ringraziare gli interpreti, e li ha commossi al punto che sono scoppiati in lacrime. Il generale Sisi sorride spesso. Sembra un ictus. Le migliaia di ritratti appesi alle finestre, ai balconi, in molti quartieri del Cairo, non solo quelli borghesi, anche i sobborghi operai ne sono pieni, mostrano un volto disteso, sereno, senza il piglio militaresco che verrebbe spontaneo attribuire a chi ha promosso una repressione il cui bilancio supera il migliaio di vittime. Il suo sguardo è spesso mascherato da grossi occhiali ray-ban. Gli egiziani appartengono al mondo arabo dell’ulivo (i cui alberi ombreggiano il delta del Nilo che si getta nel Mediterraneo); un mondo contrapposto dagli storici per la sua gentilezza a quello arabo assai più rude della palma (i cui alberi punteggiano le rive irachene del Tigri e dell’Eufrate che si gettano nell’Oceano).

CON i sorrisi e il linguaggio suadente, dietro i quali si nasconde un freddo calcolatore, il generale affascina oggi la maggioranza degli egiziani, riluttanti a riconoscersi investiti da un’ondata di odio, ben evidente a un osservatore straniero. L’espressione serena del generale rassicura e funziona da alibi: dà l’impressione che, nonostante il sangue versato, il paese dell’ulivo non sia cambiato. E che sia nelle mani di un uomo duro ma giusto. Il quale, per la dignità che irradia, non può essere l’istigatore di non nobili istinti popolari.
Il generale Sisi è un personaggio complesso. È riservato, dosa le parole, ma a volte si abbandona a confidenze, sia pure senza mai abbandonare il riserbo di un ufficiale che ha diretto l’intelligence militare. È religioso, la moglie porta il velo, e lui compie le cinque preghiere quotidiane prescritte dal Corano, ma non è un bigotto. Non pensa che la religione debba essere confusa con la politica. Nel 2006, quando frequentava negli Stati Uniti l’US Army War College, scrisse alcune considerazioni sulla società americana e sulla società musulmana. Gli americani credono nella vita, nella libertà e nella ricerca della felicità. Mentre la cultura islamica punta all’equità, alla giustizia, all’uguaglianza e alla carità. A questi giudizi il generale aggiungeva che una democrazia deve appoggiarsi su principi religiosi. Ma la teocrazia non rientrava tuttavia nelle sue idee. La escludeva. Il suo scritto fu tuttavia interpretato come molto vicino alle tesi dei fratelli musulmani.
Il generale Sisi non ha mai partecipato a una guerra. Nel ‘77, a 23 anni, uscì dall’accademia militare quando l’allora presidente Sadat faceva la pace con Israele, mettendo fine ai conflitti con lo Stato ebraico. Egli appartiene quindi alla nuova generazione arrivata all’apice della gerarchia, vale a dire nel Consiglio supremo delle forze armate (Scaf), proprio quando con l’elezione dell’islamista Morsi i vecchi generali, che avevano governato per un anno con pessimi risultati, furono mandati in pensione. Il generale Sisi sembrava destinato a convivere con gli islamisti.
Non erano in pochi ad avere questa impressione, ma si sbagliavano. Nonostante l’età, 59 anni, relativamente giovane per un capo delle forze armate, e le esperienze nelle scuole di guerra americane e inglesi, il generale Sisi è fedele alla vecchia tradizione militare egiziana, che risale ai primi dell’Ottocento, all’epoca di Mohammed Ali pascià, e che è poi stata rilanciata nel 1952 dagli “ufficiali liberi” repubblicani, dopo la fine della monarchia. L’esercito è la spina dorsale e l’arbitro della vita nazionale. Controlla più di un terzo dell’economia ed è l’arbitro in campo politico. Anzi, lo domina. Il rosario di disfatte inflitte da Israele (‘48, ‘56, ‘67, ‘73) non ha intaccato il suo prestigio, perché all’interno del paese, non avendo avversari in grado di abolire i suoi privilegi e la sua autorità di fatto al di sopra delle leggi, l’esercito vanta soltanto vittorie. È passato dal socialismo al liberismo, e ha imposto non poche versioni di autoritarismo, sempre con presidenti usciti dai suoi ranghi. Naghib, Nasser, Sadat, Mubarak. Tutti leader politici e generali. Abdel Fattah al Sisi non è ancora il presidente, al momento dice di non volerlo diventare, ma la strada è tracciata. La tradizione riprende.
Il 3 luglio Sisi ha cacciato dalla presidenza l’usurpatore, l’intruso, il borghese Mohammed Morsi, e nelle settimane successive ha disperso i suoi seguaci, i Fratelli musulmani. Mentre la repressione è ancora in corso, è stato annunciato che le accuse contro Hosni Mubarak, l’ex presidente scalzato dal potere dalla “primavera araba” e condannato da un tribunale, stanno per essere alleggerite. In particolare potrebbe cadere quella di corruzione e questo trasformerebbe la detenzione di Mubarak in libertà condizionata. Il generale Sisi cancella una macchia vergognosa del suo vecchio superiore? Èun segno della solidarietà di casta? L’improvvisa clemenza nei confronti di Mubarak sconcerta molti animatori della primavera araba dichiaratisi in favore del “golpe” dell’esercito contro il presidente islamista e il governo dei fratelli musulmani. Adesso si sentono un po’ beffati. Hanno l’impressione che il vecchio rais corrotto stia per essere riabilitato. È una restaurazione rampante? Il ripristino dello stato d’emergenza, che restituisce i vecchi poteri ai militari, può essere considerato un altro segnale.
A suo modo il generale Sisi è rispettoso delle regole. È l’esercito che, contenendo e poi cavalcando l’insurrezione di piazza Tahrir, cominciata il 25 gennaio 2011, ha deposto Mubarak, e che l’ha arrestato. Poi, sempre i militari, hanno condotto il paese alle elezioni e hanno insediato alla presidenza il vincitore Mohammed Morsi. Il generale Sisi è diventato il suo ministro della difesa, di fatto il garante dell’esercito nel governo islamista. Per la sua fama di musulmano osservante sembrava l’uomo adatto. Si sospettava appunto che fosse affiliato alla Confraternita dei Fratelli. Alcuni nella sua famiglia della media borghesia (il padre era un commerciante) lo erano e lo sono. Un cugino, Khaled Lufti al Sisi, è stato ucciso durante lo sgombero di Rabaa al Adawij, a Nasr City, il quattordici agosto, giorno del massacro.
Le voci sulla supposta appartenenza alla fratellanza musulmana del generale sono state bruscamente smentite quando lui di persona, senza ricorre ad intermediari, ha invitato la popolazione a manifestare contro i “terroristi”, come ormai chiamava apertamente gli islamisti. Sentendosi appoggiata dall’esercito la maggioranza della popolazione ha sfogato la sua collera, alimentata da giornali e televisioni, contro i fratelli musulmani rivelatisi incapaci di governare e ritenuti responsabili del disastro economico. Il compassato ufficiale, con lo sguardo nascosto dietro gli occhiali neri, si è rivelato un laconico ma efficace tribuno, poiché senza perdersi in lunghi discorsi è riuscito a mobilitare la maggioranza del paese contro i fratelli musulmani, un anno prima votati come salvatori della patria. Il sospetto che fosse tutto orchestrato è abbastanza fondato. Mentre la collera montava contro il governo inefficiente, le stazioni di benzina sono rimaste senza carburante e il Cairo si è paralizzato. Per miracolo hanno ripreso a funzionare subito dopo la destituzione di Morsi. Il compassato generale Sisi si è dimostrato un buon agitatore e un esperto nel tessere trame. Non a caso ha comandato l’intelligence militare.
Molti puntano sul generale Sisi. La maggioranza del paese è con lui: dagli uomini d’affari dei tempi di Mubarak, che sperano in una restaurazione e comunque in un ritorno all’ordine, agli operai trascurati dai fratelli musulmani, insensibili ai problemi sociali. Quelli che non sperano in una sua rapida ascesa, lo detestano. L’odio è reciproco. Per gli uni, per la maggioranza, i fratelli musulmani sono terroristi, per gli altri, una minoranza, sono i difensori della legittimità essendo stati eletti con il primo libero voto nella storia dell’Egitto.
Quest’ ultima affermazione è contestata da molti. Un gesuita che vive al Cairo, Henri Boulad, sostiene che l’elezione di Mohammed Morsi alla presidenza fu una grande mascherata, e che l’esercito non aveva scelta. Le milizie dei fratelli musulmani, armate fino ai denti, seminavano il terrore in tutto l’Egitto. Omicidi, rapimenti, stupri. Chiese e scuole cristiane bruciate o saccheggiate, religiosi cattolici e copti uccisi. Padre Henri Boulad giustifica l’azione dei militari e denuncia l’atteggiamento dei paesi occidentali, e le critiche dei mass media. Il gesuita è un evidente grande sostenitore del generale Sisi.


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