«Pensioni d’oro, un contributo per i giovani»

ROMA — «Quello che stiamo studiando sulle pensioni d’oro è un intervento redistributivo e non per abbattere il deficit». La conferma è venuta ieri dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, al meeting di Comunione e liberazione, a Rimini. Insomma, non un prelievo per far cassa, né un contributo simbolico sulle pensioni più ricche (oltre 90mila euro) tipo quello che è stato bocciato di recente dalla Corte costituzionale perché imposto ai soli pensionati (con effetti discriminatori rispetto ai contribuenti con pari reddito ma di natura diversa). Quello allo studio è invece un intervento per dirottare risorse dalle pensioni medio-alte, in particolare quelle che contengono un forte “regalo” rispetto ai contributi versati, agli assegni più poveri, considerando che i giovani, ai quali la pensione verrà calcolata interamente col metodo contributivo (assegno commisurato ai versamenti effettuati durante tutta la vita lavorativa), rischiano di avere trattamenti insufficienti se non hanno una carriera di lavoro continua.
Certo, ha precisato Giovannini, «il tema è complicato» perché per un intervento redistributivo serio «bisognerebbe scendere dalle pensioni d’oro a quelle d’argento e forse oltre». Non a caso l’ipotesi che i tecnici stanno valutando è di prendere in considerazione tutte le pensioni superiori a dieci volte il minimo, circa 5mila euro al mese, e prevedere un contributo crescente con l’importo della pensione, perché «se si chiedono sacrifici a tutti il criterio della progressività è importante», dice il ministro. Un contributo che, in sostanza, avrebbe l’obiettivo di recuperare in parte il di più di pensione liquidato col metodo retributivo, applicato a tutti coloro che hanno cominciato a lavorare prima del 1996, che finiva per restituire molto di più di quanto versato all’Inps. Le risorse così recuperate dovrebbero andare ad assicurare un trattamento minimo di pensione a chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995 e avrà tutta la pensione calcolata col contributivo senza poter neppure contare sull’«integrazione al minimo», di cui beneficiano le pensioni calcolate col retributivo (se l’assegno non raggiunge il minimo fissato dalla legge, attualmente quasi 500 euro, la differenza ce la mette lo Stato) .
Il sottosegretario al Lavoro, Carlo Dell’Aringa, ha spiegato che le strade percorribili sono due. Una appunto è quella dell’intervento redistributivo, secondo la proposta dell’ex premier Giuliano Amato. L’altra «è di rendere strutturale la riduzione della perequazione delle pensioni alte» al costo della vita. Con un’inflazione del 2,5% l’anno gli assegni si ridurrebbero di un quarto in dieci anni, osserva Dell’Aringa. Anche questa soluzione presenta però problemi, perché potrebbe incorrere nella bocciatura della Corte costituzionale. Per ora, insomma, siamo alla fase preliminare. Giovannini vorrebbe intervenire, anche sulla scorta delle numerose proposte presentate o annunciate in Parlamento. Ma spetta al premier Enrico Letta decidere che fare. Nel frattempo il ministro promette un nuovo provvedimento per salvaguardare altri 20-30 mila esodati e il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga.
Enrico Marro


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