Cresce il fronte di chi nel mondo dice no

Dai movimenti latinoamericani e dai governi progressisti dell’Alba (Alleanza bolivariana) si alza il coro di «no» più forte contro l’ennesima guerra annunciata, senza sostegno Onu e, per ora, senza prove. Insieme, il Segretariato continentale dei movimenti sociali verso l’Alba (Alleanza boliviariana per l’America), il Movimento Sem terra del Brasile, Via Campesina Brasile e Marea Popular dell’Argentina denunciano “come sta facendo il popolo cubano, la gravissima situazione, con il gendarme globale comandato da un premio Nobel per la pace che impone la pace dei cimiteri. Indipendentemente dalle posizioni che abbiamo rispetto al governo siriano, la difesa dell’autonomia di quel popolo dovrebbe essere la bandiera per i movimenti di tutto il mondo».
Da Cuba il ministero degli Esteri denuncia: i guerrafondai di adesso «sono gli stessi che già in passato scatenarono guerre sulla base di menzogne deliberate come l’esistenza di armi di distruzione di massa o il pretesto della protezione dei civili, uccidendo tanti innocenti, danni collaterali. Si vuole attaccare la Siria proprio quando il governo ha autorizzato gli ispettori dell’Onu».
Il presidente del Venezuela Nicolás Maduro fa un «appello al popolo siriano, libanese e arabo: gli Usa stanno cercando una guerra globale contro di voi, per controllarvi e anche per rafforzare la vendita di armamenti come modo per uscire dalla crisi». Lo scenario iracheno si ripete dopo dieci anni con la Siria.
Il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño ha dichiarato: «Siamo contro qualsiasi intervento militare da parte di quel gruppo di paesi che si considerano i gerdarmi del mondo e pensano di poter decidere il destino dei popoli». Del resto i paesi dell’Alba (anche Bolivia e Nicaragua) – nessuno dei quali è nel Consiglio di Sicurezza – si sono espressi molte volte anche nei mesi scorsi contro l’ingerenza armata e politica occidental-petromonarchica che ha fomentato la guerra in Siria appoggiando gruppi armati.
Dalla Turchia, Aydemir Gulay, dell’associazione per la pace aderente al World Peace Council, spiega che «se il governo partecipa a un intervento in Siria ci sarà un secondo movimento Gezi ed Erdogan cadrà nella spazzatura. Abbiamo anche in programma un’iniziativa internazionale sui crimini di guerra commessi contro la Siria». In Turchia si sono registrate nei mesi scorsi le manifestazioni più numerose contro le ingerenze internazionali nel paese confinante e contro il collegato flusso di jihadisti favorito da Ankara.
In Spagna la piattaforma «No a la guerra imperialista» si riuniva ieri sera per prossime iniziative; negli Usa la rete Unac (i pacifisti rimasti) fa appello a manifestare prima che si manifesti la guerra.
In Italia si stanno preparando mobilitazioni in piazza. Fra queste Napoli No War, il Comitato contro la guerra di Milano e a Roma diversi partiti e gruppi, fra i quali la Rete No War. La quale ultima oltre ad aver mandato appelli al ministro Bonino e al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha chiesto a Medici senza frontiere (Msf) di rifiutare pubblicamente la strumentalizzazione da parte di Usa e alleati. Il 24 agosto Msf aveva raccolto al telefono da presidi medici siriani – non resi noti – denunce circa un’esposizione di massa ad agenti neurotosssici, con centinaia di morti. E pur avendo spiegato di non poter dire nulla sulle cause né sugli autori, l’organizzazione medica internazionale è stata usata pubblicamente dal segreterio Usa John Kerry e dal ministro britannico William Hague come «prova del nove». Ieri (il 28 agosto) Msf ha risposto al governo degli Stati uniti e ad altri governi con un comunicato nel quale «rifiuta che la propria dichiarazione venga usata in sostituzione dell’inchiesta stessa (circa i colpevoli e gli eventi, ndr) o come giustificazione per un’azione militare».


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