E l’ondata colonizzatrice va

A poche ore dal rilascio dei primi 26 dei 104 prigionieri palestinesi che Israele ha promesso di liberare come atto di buona volontà verso i negoziati di pace, la tensione in Israele non si era stemperata: ieri la Corte Suprema ha rigettato l’appello presentato da un gruppo di familiari di vittime di attacchi.
Un rilascio previsto per la mezzanotte di ieri e preceduto da una nuova ondata colonizzatrice: dopo l’annuncio del ministro Ariel – 1.200 unità abitative tra Gerusalemme Est e Cisgiordania – ieri il Comune di Gerusalemme ha approvato la costruzione di altre 942 case per coloni nell’insediamento di Gilo, tra Gerusalemme e Betlemme. A rendere noto il nuovo progetto è stato il vice sindaco, Yosef Pepe Alalu, aggiungendo che la costruzione potrebbe essere avviata tra qualche anno.
Una portavoce del Ministero dell’Interno ha confermato la notizia, sottolineando che l’allargamento di Gilo – nata nel 1973 dopo l’occupazione di terre appartenenti ai villaggi di Al Walaje, Beit Safafa e Beit Jala e oggi luogo di residenza di oltre 40mila coloni – era stata già approvata nel 2012.
E se le 1.200 nuove case erano state già un colpo duro ai negoziati sempre più fragili, il nuovo progetto comunale rende palese la mancanza di volontà da parte israeliana. Il segretario di Stato statunitense, Kerry, ha tentato di minimizzare, definendo le colonie «illegittime», ma aggiungendo che proprio per questo è necessario tornare al tavolo del negoziato. E per tornarci i 104 detenuti politici – per lo più membri di Fatah, imprigionati da Israele negli anni ’80 – potrebbero essere un’efficace merce di scambio. Il movimento dei prigionieri è da sempre colonna portante della lotta per la liberazione della Palestina e il solo in grado di ricompattare un popolo sempre più diviso a livello sia territoriale che politico.
L’Anp lo sa e potrebbe sfruttare a proprio favore – regalando al processo negoziale qualche consenso in più – la liberazione dei 104 detenuti. I primi 26 saranno divisi tra Gaza e Cisgiordania, ma poche ore prima del rilascio sono stati radunati tutti nel carcere di Ayalon, nella città mista di Ramle, per controlli medici e un incontro con una delegazione della Croce Rossa. Secondo le dichiarazioni ufficiali fatte ieri, 14 prigionieri sarebbero stati condotti al valico di Erez verso mezzanotte, gli altri 14 al checkpoint di Betunia, nei pressi di Ramallah.
E se in Israele il rilascio dei prigionieri è fonte di tensioni palpabili, in casa palestinese la situazione non è diversa: Hamas, che ha vietato festeggiamenti per il rilascio dei detenuti, è tornata ieri a criticare duramente la ripresa dei negoziati con Tel Aviv, definendoli «futili». «Rinnoviamo le nostre obiezioni a questo dialogo inutile e lo consideriamo solo un mezzo a favore dell’occupazione per ripulirsi l’immagine di fronte alla comunità internazionale», ha detto Mahmoud Al-Zahar, uno dei leader del movimento islamista durante una conferenza stampa.
Al-Zahar ha accusato Abbas di non avere alcuna legittimità e di non rappresentare il popolo palestinese. Proprio ieri, il presidente dell’Anp ha chiesto all’attuale premier ad interim (nonché primo ministro dimissionario dal 23 giugno), Rami Hamdallah, di restare e formare un nuovo governo. Hamdallah ha accettato e ha annunciato la formazione di un nuovo esecutivo entro 5 settimane. Una mossa che sicuramente non permetterà di ricucire lo strappo con Hamas.


Related Articles

Morte di Gheddafi, si riapre il giallo

 L’ipotesi di una «mano straniera» evocata dall’ex premier libico Jibril

Signor Netanyahu risponda ai palestinesi

Ma cosa aspetta, signor Netanyahu? Il capo dell’Autorità  palestinese, Mahmoud Abbas, ha dichiarato in un’intervista alla televisione israeliana di essere disposto a tornare a Safad (la città  dov’è nato nel nord di Israele) come turista. Nelle sue parole era discernibile la più esplicita rinuncia al “diritto del ritorno” che un leader arabo possa esprimere in un momento come questo, prima dell’inizio di un negoziato.

‘A Mother Brings Her Son to Be Shot’ – documentary film

Released in Irish cinemas on Friday 14 September – ‘A Mother Brings Her Son to Be Shot” – is a new documentary from journalist and filmmaker Sinéad O’Shea who takes a look at the divided city of Derry in the “still occupied” 6 counties of Northern Ireland 20 years after the “peace process”

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment