Elicotteri in cielo, miliziani in strada Il Cairo diventa un teatro di guerra

Cairo — Alle 14.20 un folto gruppo di manifestanti si allontana dalla moschea di El Fath, sulla piazza Ramses, nella città vecchia del Cairo. Doppiano due curve, corrono sotto un lungo cavalcavia fino a raggiungere un palazzone tanto brutto quanto anonimo. Non per loro evidentemente. «Quello è il commissariato di Al Azbkya», informano. Pochi minuti e comincia una grande fuga. Dai tetti gli agenti sparano gas lacrimogeni. Bisogna muoversi e, in fretta. Ma in lontananza arrivano i colpi inequivocabili dei fucili automatici. Da quel momento «la giornata della collera» si trasforma in un altro pomeriggio di morti e di sangue. Quante sono le vittime? Quanti cadaveri vengono allineati, ancora una volta nella moschea? Venti, trenta, quaranta. Comincia la macabra e insopportabile contabilità dei morti. La catena tv Al Jazeera afferma sicura: 95. Fonti mediche citate dal sito del quotidiano Al Ahram fornisce un altro quadro: almeno 90 morti tra i civili in tutto l’Egitto. Al Cairo 54, otto a Damietta, 10 a Fayoum, 11 a Ismaylia, cinque ad Arish (nel Sinai meridionale). Altre informazioni ancora, invece, segnalano almeno 100 morti al Cairo, cui vanno aggiunti otto poliziotti, più altri 40 morti ad Alessandria, dove i carri armati hanno sparato sulla folla. In questi giorni militanti islamici hanno attaccato 32 chiese. Sono numeri disordinati, contraddittori, che da soli bastano per descrivere il collasso di un Paese.
In Piazza Ramses, dove ieri tutto è cominciato, la giornata non pare promettere disastri. Verso mezzogiorno l’imam Salah Sultan si rivolge ai fedeli radunati sotto il sole e sorvegliati da un elicottero e, con tutta probabilità, da poliziotti in borghese dislocati sui tetti e sul ponte che si affaccia proprio sullo slargo. Slogan duri («Al Sisi traditore, ti vogliamo processare»), politica e religione mescolati, com’è nella natura dei Fratelli musulmani. Dura poco. Il ministero degli Interni li aveva avvisati: la polizia ha licenza di fare fuoco e, dunque, di uccidere. Secondo una testimonianza raccolta da Al Jazeera , l’elicottero si sarebbe abbassato, sparando sui dimostranti.
Le fiamme di piazza Ramses divampano in diversi quartieri della città. Gli scontri si spostano lungo la Corniche, la sponda del Nilo, presidiata dai carri armati. Un gruppetto di giovani tenta l’assalto all’ambasciata americana. Segue una lunga sparatoria che lascia almeno 10 morti sul campo.
Ma, ancora più grave, quello che si vede girando in automobile nelle strade semideserte o guardando le immagini non stop trasmesse dalle tv locali e internazionali. Scene da guerra civile. Su un ponte di Zamalek, l’isoletta più elegante che si incunea nel zona centrale del Nilo, si fronteggiano fazioni armate pro e contro Mohamed Morsi, il presidente islamista rovesciato il 3 luglio scorso da un colpo di Stato militar-popolare.
I blocchi dell’esercito, con i militari già in posizione di tiro sul tettuccio dei carri, impediscono l’accesso al quartiere dei ministeri e a piazza Tahrir, il centro di gravità della protesta anti-Mubarak nel 2011. Nelle vie interne, invece si moltiplicano gli sbarramenti vigilati da civili: semplici bidoni, a volte persino qualche scatola di cartone. Un senso acuto di precarietà, di pericolo costante. Certo, questa è una città di 9,2 milioni di abitanti, quasi venti se si considera tutto il distretto della megalopoli. Così, dai finestrini della macchina, scorrono in rapida sequenza camion della polizia con gli agenti in attesa, uomini armati di bastone, qualche anziano seduto a fumare il narghilè con incredibile indifferenza.
Non sarà facile venire a capo di questa confusione, riprendere il filo razionale di fronte al governo del generale Al-Sisi che ha fatto già 700-800 morti in tre giorni (ottocento furono le vittime nell’epopea di piazza Tahrir che rovesciò Mubarak). Come si può ristabilire un contatto tra due fazioni che si attribuiscono le peggiori nefandezze? I militanti musulmani accusano la polizia di aver dato fuoco alla moschea di Rabaa Al Adawiyah mercoledì scorso; di aver fatto morire carbonizzati centinaia di inermi manifestanti; di averne sottratto i cadaveri la sera del 15 agosto, irrompendo nella moschea-obitorio di El Eman. Ancora: di falsificare i certificati di morte; di nascondere il vero numero dei deceduti. Per contro i sostenitori dell’esercito esibiscono presunte prove che nel campo di Al-Adawiyah i Fratelli musulmani prima torturassero (tagliando anche le dita) gli oppositori al presidente deposto e poi li interrassero nelle fosse comuni. E via di questo passo, fino ad arrivare alle sparatorie di ieri a Zamalek.
Tutto ciò si traduce, se si vuole provare a ragionare, in un problema politico complicatissimo. L’esercito e il governo ad interim (anche se ormai è un esecutivo fantoccio) considerano «terroristi» gli oppositori, senza fare troppe distinzioni tra manifestanti pacifici e gruppi violenti. I Fratelli musulmani e la parte della popolazione che li segue equiparano il generale Al-Sisi a un dittatore-usurpatore, dimenticando che Morsi, il loro presidente, aveva cercato di instaurare un regime autoritario, scavalcando gli altri poteri dello Stato. Due parti che non sono più avversarie, ma nemiche in una guerra civile non dichiarata (almeno per ora).
I governi occidentali appaiono in evidente affanno. Come misura urgente, praticamente tutte le capitali hanno invitato i concittadini a evitare viaggi in Egitto, comprese le località turistiche più note come Hurghada e Sharm el Sheikh (19 mila gli italiani presenti nel Paese).
Sul piano diplomatico gli Stati Uniti si sono mossi prima degli altri e con una qualche concretezza. Il presidente Barak Obama ha annunciato che verranno cancellate le esercitazioni militari congiunte e che, senza rispetto dei diritti civili, è difficile continuare «il dialogo», dove in questa parola sono compresi, probabilmente, anche il miliardo e mezzo di dollari che ogni anno gli Stati Uniti versano all’Egitto. I leader europei sono ancora nella fase, come sempre tortuosa, della «ricerca di un messaggio forte comune». La prossima settimana si riuniranno i ministri degli Esteri europei. Si vedrà se verrà discussa la proposta avanzata nei giorni scorsi dalla titolare della Farnesina, Emma Bonino, di sospendere la fornitura delle armi. In realtà l’Egitto pare galleggiare proprio sui fucili, le mitraglie e i carri armati di Al Sisi. Il generale, ritenendo insufficiente il coprifuoco dalle 19 alle 6, minaccia di introdurre la legge marziale (sparare a vista). I Fratelli musulmani ribattono annunciano una settimana di manifestazioni. E il Paese va a picco.
Giuseppe Sarcina


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