L’allievo di Casaroli che guarda alla Cina

CITTÀ DEL VATICANO — L’Ostpolitik meglio della Realpolitik. Ordinato prete nel 1980 a Vicenza (ma nato a Schiavon in Veneto nel 1955), Pietro Parolin entra nel 1983 nella Pontificia accademia ecclesiastica in piazza della Minerva a Roma e qui scopre la predilezione per una diplomazia fatta di dialogo più che di rapporti di forza. Insomma, come era nelle corde di quella Ostpolitik che caratterizzò i rapporti vaticani dagli anni Sessanta ai Novanta, è sempre opportuno partire da ciò che unisce piuttosto che da ciò che divide.
Tre anni nella nunziatura in Messico, e poi altri tre in Venezuela, permettono a Parolin di farsi le ossa prima della chiamata in Vaticano per lavorare nella seconda sezione della segreteria di Stato, un ministero allora a trazione Wojtyla. Allievo di Agostino Casaroli e poi di Achille Silvestrini, mette in pratica gli insegnamenti dei due porporati in materia di politica internazionale. Ma a far convergere le strade di Bergoglio e Parolin è soprattutto l’attenzione alle periferie geografiche ed esistenziali. Entrambi si sono dedicati ai giovani. Francesco nelle parrocchie disagiate di Buenos Aires, il suo nuovo “primo ministro” nella residenza universitaria di Villa Nazareth a Roma destinata agli studenti meritevoli ma privi di mezzi. Pensava a lui Francesco quando tracciava l’identikit del diplomatico attento alle esigenze dei bisognosi dialogando coi giornalisti sul volo per Rio de Janeiro. Parlava di Casaroli, ma sembrava già il presagio della nomina di Parolin. E come Francesco tra la folla di Rio accettò il “mate” da un fedele a bordo strada, così “don Pietro” accolse nelle sue missioni all’estero il povero cibo donato dai contadini vietnamiti o dai fedeli di strada venezuelani.
A un certo punto in segreteria di Stato, dopo vari incarichi di peso, gli hanno dato in mano il “dossier Cina”. È lì che Parolin ha visto attualizzarsi quella Ostpolitik che Casaroli realizzò nell’Europa comunista. Come a dire: «È Pechino la nuova Mosca». Non a caso, fu lui il fautore della storica lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi (2007), un documento inviso ai conservatori di curia per i quali la Cina era ed è il nuovo impero del male. Parolin sa bene che il compito della Chiesa in ogni latitudine non è, come ha detto recentemente l’arcivescovo di Hong Kong, monsignor Ioannes Tong Hon, «cambiare i sistemi politici» ma annunciare Gesù Cristo. La Cina, il paese nel quale il cattolicesimo ha una crescita sorprendente, sarà nel lavoro della nuova segreteria di Stato una delle priorità. Nel corso del 2010, con l’inizio di una serie di ordinazioni episcopali illegittime imposte dal regime cinese senza il consenso della Sede apostolica, i rapporti fra le due parti si sono drasticamente interrotti. Parolin, fautore di una linea moderata e del dialogo, proverà a riattivarla.


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