L’atomica dei poveri che scatena le guerre

Nel pomeriggio del 2 maggio 1915, quando seppe che il marito, l’eminentissimo professor Fritz Haber, futuro Nobel, aveva personalmente lanciato e seguito il primo attacco con armi chimiche inventate da lui contro le trincee francesi a Ypres, Clara si puntò una pistola alla tempia e si uccise nel giardino di casa. Come Robert Oppenheimer, sconvolto dal dio della morte che lui aveva contribuito a scatenare nella prima bomba atomica esplosa trent’anni dopo, così Clara Immerwahr aveva visto, nel lampo finale della conoscenza e coscienza, l’abisso di orrori che il suo lavoro, quello del marito e dei colleghi, aveva spalancato quel giorno di aprile sotto i piedi dell’umanità.
Il sucidio di Clara non servì a nulla. Non soltanto il giorno dopo la sua morte il professor Haber si ripresentò al lavoro nel laboratorio, per perfezionare quel gas urticante ma poco efficace subito ribattezzato “yprite» e produrne altri di ben più letali. Da quel debutto nelle trincee di Fiandra, la varietà, la produzione, gli arsenali, i sistemi di lancio e di distribuzione, la diffusione sarebbero cresciuti come un fungo velenose e avrebbero fatto molti più morti delle esplosioni nucleari. Nel conto degli esseri umani uccisi da gas letali vanno sempre aggiunti i milioni di persone soffocati nei campi di sterminio nazisti da Zylon B, parente stretto dei gas di cianuro, arsenico e cloro creati dalla chimica tedesca nei primi decenni del secolo scorso.
Tra i primi “poilou” francesi, gli irsuti fanti che furono avvolti dalle nubi di gas puzzolente di senape a Ypres senza capire che cosa fosse e i bambini che abbiamo visto boccheggiare con il muco alla bocca in Siria destinati a sicura morte per soffocamento da blocco della respirazione indotta dai gas nervini, nessun trattato ha mai davvero ripulito il mondo dalla più micidiale ed economica delle “armi di distruzione di massa”, la “Bomba Atomica” dei Paesi che non si possono permettere ordigni nucleari. Dalla prima, e perfettamente inutile “Convenzione dell’Aja” del 1899 per la loro messa al bandeteriorate
do, quando soltanto chimici tedeschi e francesi ne studiavano le possibilità a uso bellico, fino alla Convenzione contro le Armi Chimiche entrata in vigore soltanto nel 1997, lo stock dei vari gas e agenti è esploso. Dai pochi chilogrammi sintetizzati da Fritz Haber è passato alle 38 mila e 308 tonnellate di oggi. E questo dopo che, sotto il controllo nell’ONU, ne sono state distrutte più di 50 mila tonnellate.
Anche queste cifre, che catalogano quanto rimane negli arsenali delle 65 nazioni che hanno firmato la Convenzione come gli Stati Uniti e la Russia che ne
avevano la quantità massima, sono sicuramene inferiori alla realtà. Corea del Nord e Siria non hanno mai sottoscritto il trattato e molti sospettano, senza averne certezza, che anche la Cina non abbia dichiarato tutte le sue scorte né distrutto gli impianti di produzione. La Libia ha ancora 11 tonnellate di gas per uso militare, che il governo post Gheddafi ha promesso di eliminare e nei depositi Iracheni, quelli che giustificarono la propaganda tambureggiane che precedette l’invasione, ancora esistono piccole quantità di armi chimiche abbandonate da anni e troppo
per essere utilizzabili anche nel 1993. Ma ancora pericolosissime da maneggiare e distruggere.
L’ironia crudele di questo ancora immenso laboratorio di morte non è soltanto la origine comune a tutte le varietà di gas, che sono l’agricoltura, la ricerca di fertilizzanti sintetici e di pesticidi sempre più potenti. Dall’iprite vescicante al Sarin letale, dai derivati del cloro a quelli del cianuro e dell’arsenico che impediscono l’ossigenazione dei globuli rossi e dunque portano al soffocamento, sono figli delle colture estensive divenute cimiteri estensivi. Ma come armi di guerra non sono mai servite a molto. Gli esperimenti condotti sul soldati nelle trincee della Grande Guerra furono un fiasco e certamente non risolutivi come avevano sperato i generali. L’impraticità dell’impiego di gas, soggetti sempre alle variazioni del vento e delle temperature, l’efficacia delle contromisure, dalle maschere all’atropina, oggi iniettata in tutti i soldati nei fronti delle guerre in Asia e medioriente, i rischi di contaminazione ai quali erano esposti anche chi li usava, bastando poche gocce di Sarin o di Tabun anche attraverso gli abiti per uccidere, delusero i comandi. E dopo il lancio di iprite del quale furono accusati gli italiani nella guerra d’Etiopia e dei giapponesi contro i cinesi nell’invasione della Manciuria, non risultano impieghi di armi chimiche nella Seconda Guerra Mondiale. Anche l’“Agent Orange” il defoliante a base di diossina ampiamente adottato dagli americani in Vietnam produsse certamente vittime a distanza di tempo, ma non aveva come obbiettivo diretto soldati nemici o popolazione.
Le armi chimiche, i gas, sono invece divenuti perfetti e atroci strumenti di controllo e di sterminio della popolazione civile e dei nemici dei regimi che li hanno usati. Dalla “soluzione finale” nei lager nazisti al massacro di civili curdi e di ribelli Shia nell’Iraq di Saddam Hussein per arrivare alle cataste di cadaveri siriani, l’invenzione del professor Haber si è rivelata un’alleata perfetta per i despoti contro gli inermi. Gli eserciti regolari moderni sono attrezzati e relativamente protetti, nella prevenzione medica, negli indumenti, nei loro mezzi contro le minacce “ABC”, atomica, biologica e chimica. I civili, e i guerriglieri, non hanno altro che i sudari nei quali avvolgersi. Dopo.


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