Lavoro, Ferragosto di rabbia

 Manifestazione delle lavoratrici Golden Lady davanti alla regione Abruzzo Manifestazione delle lavoratrici Golden Lady davanti alla regione Abruzzo

C’è una categoria di lavoratori che non conosce ferie in Italia, in costante crescita. Sono quelli licenziati o in cassa integrazione, che protestano e presidiano le fabbriche per impedire all’azienda di portare via i macchinari, lasciandoli ad agosto senza più nulla.

Sono tanti e in tutta Italia: dalla Puglia della Om Carrelli ai canavesi della Romi Sandretto, che pochi giorni fa occupavano la Mole Antonelliana. In Abruzzo e in Emilia, tutti in presidio per vicende diverse ma molto, troppo simili. Delle riconversioni farlocche, che sembrano essere avvenute solo per liberarsi dei lavoratori, è questo il caso della Golden Lady. Delle fabbriche regalate a compratori poco credibili, e fallite un attimo dopo. Degli accordi firmati al ministero che non valgono neanche la carta su cui sono stampati: benvenuti nell’Italia dei presidi, il nuovo fenomeno dell’estate.

Di fronte a questo scenario le istituzioni sembrano impotenti: in queste ore va avanti un tavolo al ministero del lavoro sull’azienda Berco, che da tre giorni si protrae fino a notte fonda, e che ha richiesto l’impegno in prima persona del ministro Giovannini. Con scarsi, scarsissmi risultati finora: l’azienda non vuole cedere sui 611 esuberi.

GOLDEN LADY. Come scritto il 2 giugno su L’isola dei cassintegrati: “Golden Lady, a un anno dalla riconversione il progetto è già fallito“. Il riferimento è alla Golden Lady di Gissi, e non si può scrivere “ex” perché la riconversione della fabbrica è stata una grande, incredibile farsa. A dicembre del 2011 lo stabilimento aveva chiuso i battenti. Poi la riconversione, e sembrava che tutti sarebbero tornati a lavorare: 250 dipendenti alla Silda Invest e altri 115 alla New Trade. Poi, però, la Silda ne ha occupati solo 160 e la New Trade dieci. Lo scorso 12 luglio la Silda ha poi licenziato tutti i 160 dipendenti. Da quel giorno i lavoratori hanno iniziato a presidiare la fabbrica, per impedire all’azienda di portare via tutti i materiali e i macchinari.

«Non siamo ‘ex’ Golden Lady perché la riconversione non è mai avvenuta», dicono i lavoratori. Nonostante gli accordi firmati che, ormai si sa, non contano mai nulla. C’è rabbia e delusione per quella che sembra una grande presa in giro, costruita per liberarsi di 250 dipendenti, mentre si delocalizzava in Serbia.

E mentre questa stessa azienda annuncia di voler regolarizzare 1.200 apprendisti tramutandoli in tempo indeterminato, e già alcuni parlano di “nuove assunzioni”, come se fosse la stessa cosa. Ora l’azienda ha ripreso i macchinari in cambio di una fideiussione bancaria per il pagamento degli stipendi arretrati dei licenziati. Per la fabbrica abruzzese sembra essere la fine.

La protesta sulla Mole degli operai Sandretto La protesta sulla Mole degli operai Sandretto  ROMI SANDRETTO. Da febbraio gli operai della Romi Sandretto, che produce componenti plastici, sono in presidio in una tenda davanti la fabbrica. Il 23 luglio, poi, hanno condotto un presidio davanti la Direzione Regionale del Lavoro di Torino, riuscendo ad ottenere la cassa in deroga fino al 13 settembre (il 24 luglio era scaduto il secondo anno di cassa integrazione). Pochi giorni prima, l’11 luglio, avevano perfino occupato la Mole Antonelliana di Torino, esibendo lo striscione: “Salviamo la Sandretto”.

La Sandretto ha una storia particolare: finita nel 2006 in amministrazione straordinaria dopo che, appena un anno prima, era stata venduta per un euro ad un sedicente gruppo americano. Dopo l’amministrazione straordinaria, per scongiurare il fallimento, i commissari la regalano alla brasiliana Romi. Ma anche qui le cose sono andate male: da 300 dipendenti si è passati a 150, oggi tutti in cassa integrazione.

Romi si era inoltre impegnata ad investire nei due anni successivi l’acquisizione 5,6 milioni di euro, per poi limitarsi a spendere circa 3 milioni per favorire l’uscita di lavoratori in mobilità “volontaria”. Franco Camerlo, operaio, dice che: «Stanno andando avanti delle trattative con dei compratori italiani, speriamo si riesca, noi rimaniamo in presidio».

Il presidio davanti alla Om Carrelli Il presidio davanti alla Om Carrelli

OM CARRELLI. Continua il presidio degli operai della Om Carrelli di Modugno (Bari), il tavolo al ministero dello sviluppo il 30 luglio non ha portato risultati. Da un lato l’azienda, proprietà della tedesca Kion, vuole a tutti i costi recuperare i 240 carrelli invenduti, fermi dentro lo stabilimento.

Ad impedirlo un gruppo dei 223 operai in cassa integrazione, che presidia la fabbrica. Sono stati diversi i tentativi di recupero di questi carrelli, per mezzo di tir, ma gli operai lo hanno sempre impedito arrivando anche a degli scontri. Dal tavolo al ministero si spera, come per ogni vertenza industriale, in una riconversione.

Il sindaco del paese ha perfino proposto all’amministratore delegato della Kion di cedere l’azienda a titolo gratuito al comune, per far partire un progetto cooperativo non meglio definito. Il 31 luglio, ministero o non ministero, l’azienda ha già annunciato che i tir torneranno a recuperare i carrelli della Om, quei carrelli che valgono 13 milioni di euro. Si preannuncia una lunga estate calda, al presidio. «E’ molto faticoso ma abbiamo ancora tanta forza. Anche se è dura: prima l’azienda ha detto che non avrebbe richiesto la cassa per il secondo anno, ora dopo averla richiesta minaccia di non anticiparci i versamenti», dice Antonio Pantaleo, dal presidio.

Il presidio dei lavoratori Berco (foto dal twitter di Martina Berneschi) Il presidio dei lavoratori Berco (foto dal twitter di Martina Berneschi)


BERCO. All’azienda metalmeccanica Berco di Copparo (Ferrara) sono in presidio da una settimana in attesa del secondo incontro al ministero dello sviluppo economico. Questo incontro, iniziato lunedì 29 luglio alle ore 17, si è prolungato fino al giorno successivo e a quello dopo ancora: al momento l’unica cosa certa è che l’azienda non molla sui 611 esuberi.

Allo scorso incontro, il 25 luglio, era accaduto l’imprevisto: politici e sindacati pensavano fosse tutto risolto nelle trattative con l’azienda, e si preparavano alla firma degli esuberi convertiti in cassa integrazione, prepensionamenti e incentivi all’esodo. Ma dopo nove ore di trattativa saltava tutto, i 611 licenziamenti rimangono, di cui 430 solo nella sede di Copparo, mentre i rimanenti si dividono tra Castelfranco Veneto (Treviso), Imola e Busano (Torino).

La sera stessa è iniziato il presidio dei lavoratori, fuori dalla fabbrica. La speranza, ribadita anche dal ministro Giovannini, presente al tavolo in queste ore, è che l’azienda, proprietà della Thyssenkrupp, faccia un passo indietro. Nel frattempo tutto il paese di Copparo, che conta 17mila abitanti, si è mobilitato: «Tutti hanno un parente che lavora alla Berco. Ora per strada le case hanno fuori la bandiera con scritto: “La Berco siamo noi”». La procedura di mobilità si deve concludere entro la prossima settimana, non ci sono più margini di trattative. Agli operai emiliani, come ai pugliesi della Om carrelli, alla Romi Sandretto e alla Golden Lady, toccherà protestare per tutto agosto.


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