L’incendio globale

Eppure le manifestazioni di solidarietà con i Fratelli musulmani, già estese dal Maghreb all’Indonesia e financo ad alcune piazze di casa nostra, dovrebbero ricordarci che non siamo di fronte solo a una violenta contesa intestina fra islamisti e militari, come nell’Algeria degli anni Novanta, ma a uno scontro destinato a influire sui rapporti di forza nell’intera galassia musulmana. E oltre. Perché nelle vie e nelle piazze del Cairo, come ad Alessandria e nel Sinai, a Suez e nell’Alto Egitto, sta maturando una nuova generazione di jihadisti che avrà nei “martiri” della mattanza in corso il proprio riferimento. Se è vero che l’11 settembre è nato nelle prigioni di Mubarak, c’è da incrociare le dita immaginando quel che potrebbe scaturire dalle carceri (e dai cimiteri) del generale al-Sisi.
La repressione delle Forze armate egiziane non colpisce infatti solo una grande organizzazione radicata da ottantacinque anni nella società nazionale. Mira al cuore di una rete transnazionale, quella della Fratellanza musulmana, estesa nell’intera galassia islamica ma con ramificazioni anche fra i maomettani d’Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa. Dotata di una classe dirigente spesso qualificata, reclutata nelle professioni come nelle università e nel commercio. “Eradicare” i Fratelli musulmani non è possibile. Certamente non in Egitto, loro terra di fondazione e d’ispirazione, ma neanche altrove, proprio per la struttura reticolare di solidarietà che conosce diverse declinazioni, agende nazionali e locali, persino rivalità, ma non invalicabili confini.
La Confraternita non è il Fis, bersaglio della repressione dei militari algerini negli anni Novanta. Dalla conseguente guerra civile, che causò duecentomila morti nell’indifferenza dell’Occidente, sgorgò peraltro una generazione di terroristi che tuttora infesta il Maghreb. E se i capi dei Fratelli musulmani insistono nel predicare la non violenza, è impensabile che almeno una parte degli affiliati non decida di ricorrere alle armi – dunque anche al terrorismo – per reagire al massacro di questi giorni. Seguendo il richiamo di Ayman al-Zawahiri, il pediatra egiziano alla guida di quel che resta di al Qaeda, che da decenni non manca di additare i Fratelli, cui pure aveva aderito da ragazzo, al ludibrio dei “veri musulmani” perché indisponibili a rifondare il califfato nella guerra santa.
Se è vero che Morsi e i suoi hanno compiuto ogni possibile errore nell’anno di potere – l’ammette persino uno dei leader dei Fratelli, Muhammad Biltagi, nell’ultimo volume di Limes– resta che il golpe militare ha sigillato, per la soddisfazione inespressa di molti leader occidentali, il principio per cui a certe latitudini il voto vale solo se vincono i “nostri”, o presunti tali. Eccesso di cinismo, destinato a ricadere sui suoi ideatori.
Le onde d’urto dello tsunami egiziano, apice del sommovimento che investe l’intero fronte Sud del Mediterraneo, minacciano anzitutto noi italiani e le nazioni europee più esposte, per prossimità geografica e per ampiezza delle comunità musulmane immigrate. Le flebili voci che si alzano da Roma e da Parigi, da Londra e da Berlino, testimoniano della nostra angosciata impotenza. La maschera tragicomica della baronessa Ashton non impressiona nessuno, di sicuro non il generale al-Sisi.
Fin qui nulla di nuovo. Ciò che davvero inquieta è la manifesta incapacità degli Stati Uniti di influire sugli eventi egiziani. La strategia di Obama è sembrata finora ridursi a sostenere il padrone o il provvisorio vincitore di turno, fosse Mubarak, il Comando supremo delle Forze Armate o Morsi. E se schierarsi apertamente dietro il macellaio al-Sisi è improponibile anche per i palati meno sofisticati, un’alternativa spendibile non è alle viste. Troppo evidente la debolezza e la doppiezza dei cosidni, detti “laici”, molti dei quali plaudono ai soldati che sparano sulla folla illudendosi che, compiuto il lavoro sporco, il generale al-Sisi si dedichi al giardinaggio e conceda loro le chiavi di un potere che dalle urne non otterrebbero mai.
L’impasse di Obama è certificata dal patetico annullamento delle manovre congiunte tra militari americani ed egiziani. Al-Sisi non ha fatto una piega. E forse non la farebbe nemmeno se, in un soprassalto di verità, la Casa Bianca decidesse di chiamare con il suo nome il colpo di Stato anti-Morsi, con ciò congelando per legge il miliardo e mezzo circa di dollari annui versati nelle casse delle Forze armate egiziane. I generali del Cairo non sono più ricattabili. Sanno che per loro è questione di vita o di morte. Se non riuscissero a reprimere nel sangue la protesta dei Fratelli, finirebbero dietro un plotone di esecuzione o linciati.
A uno sguardo dall’alto, sembrerebbe quasi che l’Egitto sia tornato alla sua normalità: i militari al potere in uno Stato di polizia, i Fratelli a protestarsi vittime, i cosiddetti liberali relegati nel limbo dell’ininfluenza, il “partito del sofà” – alias maggioranza silenziosa – a fiutare il vento pronto a schierarsi con il nuovo faraone, i copti oggetto delle rappresaglie degli islamisti. Quanto ai salafiti, la novità della scena politica post-Mubarak, aspettano di capire se potranno avvantaggiarsi dalla sconfitta dei sostenitori di Morsi o se saranno rigettati nel cono d’ombra.
Ma l’apparenza inganna: ormai il vaso di Pandora è rotto, non esistono faraoni né altre autorità intoccabili. Neanche quella del pur prestigioso Esercito nazionale. Nessuno, né dentro né fuori l’Egitto, dispone della formula magica per ricacciare il genio nella bottiglia. La rivoluzione è fallita, certo. Forse si è uccisa, forse è stata suicidata. Forse un giorno risorgerà. Ma l’argine dello status quo è saltato. Le regole del vecchio gioco non funzionano più. Non ci sono pompieri capaci di domare l’incendio. Le fiamme si spegneranno a combustibile esaurito. Purtroppo in Egitto, nella regione e nel mondo islamico ve n’è ancora molto a disposizione, mentre gli incendiari apprestano nuove micce.


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