L’ipoteca dei sauditi sul futuro dell’Egitto

Il CAIRO — L’Arabia Saudita ci mette i soldi. Quelli che servono e forse anche di più. Mobilita i servizi segreti, la diplomazia, l’esercito, la televisione, Al Arabiya. Tutto quello che occorre pur di non «perdere» l’Egitto. I risultati, per ora, si vedono. Nel discorso di domenica scorsa il generale Abd al Fattah al-Sisi non ha mai citato un partner occidentale, nemmeno l’alleato chiave, gli Stati Uniti. Il nuovo rais del Paese, invece, si è soffermato a lungo sui rapporti con l’Arabia Saudita, ringraziando il re Abdullah per il suo sostegno. In effetti il sovrano del «caveau» petrolifero del mondo si è esposto con parole insolitamente nette. Due i passaggi da riprendere nel suo messaggio. Primo: «Faccio appello agli uomini onesti dell’Egitto e delle nazioni arabe e musulmane a unirsi come un sol uomo e un solo cuore di fronte al tentativo di destabilizzare un Paese che rappresenta la parte più importante della storia araba e musulmana». Secondo: «Tutti coloro che interferiscono nelle vicende dell’Egitto devono sapere che stanno alimentando la sedizione e appoggiando quel terrorismo che dicono di voler combattere». Un segnale, dunque, all’intero mondo arabo e un altro agli americani con i loro alleati europei.
Il calore di queste dichiarazioni, però, non deve trarre in inganno. La politica estera saudita si ispira al pragmatismo più impermeabile alle emozioni e agli umori del momento. Per trent’anni il regno saudita ha appoggiato il regime autoritario di Hosni Mubarak. Poi stava trovando un accomodamento con il presidente candidato dal fronte islamico, Mohammed Morsi e ora, come se niente fosse, ecco il re Abdullah schierato con al-Sisi.
Pragmatismo, almeno in questo caso, non significa opportunismo. E non serve alla comprensione degli ultimi sviluppi ripercorrere il tortuoso percorso delle relazioni bilaterali tra il Cairo e Riad. Solo un anno fa, per esempio, l’ambasciatore saudita, Hisham Nazer, era stato costretto a lasciare la capitale sul Nilo perché i funzionari dell’aeroporto saudita di Gedda erano accusati di aver maltrattato i fedeli egiziani in pellegrinaggio nei luoghi sacri dell’Islam. Incidenti di percorso, già dimenticati.
Ma c’è da dubitare che al re Abdullah prema davvero salvaguardare la culla della storia araba e islamica. Per spiegare il nuovo corso tra Egitto e Arabia Saudita è sufficiente osservare quello che in questi giorni è sotto gli occhi di tutti. Ahmed Abizaid, direttore delle ricerche nell’International Institute for culture diplomacy, con sede ad Abu Dhabi, prova a mettere ordine: «L’Arabia Saudita teme che la destabilizzazione dell’Egitto possa portare all’esportazione del movimentismo dei Fratelli musulmani nella regione, alla crescita del terrorismo, ma soprattutto alla domanda di partecipazione da parte delle folle finora rimaste in sonno nei Paesi del Golfo». Se è così non importa quale sia l’interlocutore (Mubarak, Morsi o al-Sisi) purché sia disponibile a contenere, o meglio ancora, annientare i fermenti «sovversivi», da qualunque parte provengono (Fratelli musulmani o i più radicali Salafiti). Ecco perché il pericolo evocato dal re Abdullah si riassume nel verbo «destabilizzare».
Poi (ma solo poi) vengono gli equilibri internazionali. I sauditi non si sentono in concorrenza con gli americani. Anzi l’alleanza con Washington è un affare sostanzialmente militare. Al Cairo molti osservatori sono convinti che, alla fine, la lobby petrolifera e quella filo esercito, indurranno il presidente Barack Obama a temperare la polemica con al-Sisi. Naturalmente a condizione che il generale riesca a garantire, in tempi relativamente brevi, la sicurezza in Egitto, creando le condizioni per rimettere in moto l’economia e lasciare il campo alla politica. Un programma che ha bisogno di risorse: almeno 9 miliardi di dollari, secondo le stime più accreditate. Gli Stati Uniti ne versano 1,5 miliardi all’anno (e quelli del 2013 sono già arrivati). Con Morsi nel palazzo presidenziale i sauditi avevano promesso aiuti per 3,2 miliardi di dollari. Pochi giorni dopo il suo defenestramento (3 luglio 2013) hanno rilanciato: 12 miliardi di dollari (con il contributo degli Emirati Arabi e del Kuwait).
Ora al-Sisi, dopo le belle parole di appoggio, aspetta anche il denaro del re Abdullah. Nel frattempo dovrà misurarsi con l’imprevedibilità della piazza. Un’incognita che potrebbe vanificare i calcoli dei sauditi.
Giusepe Sarcina


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