Mille morti nel solo mese di luglio la strage dimenticata dell’Iraq

Il fatto è che l’Iraq è diventato una pedina fondamentale nella lotta tra sciiti e sunniti che sconvolge quasi tutto il Mondo arabo. Gli americani, nel 2003, abbatterono il dittatore Saddam Hussein (della minoranza sunnita) e portarono al potere la maggioranza sciita facendo un grandissimo regalo all’Iran, sciita anch’esso. Ma il risultato, ora che gli iracheni sono rimasti soli, si vede: al nord il Kurdistan è di fatto indipendente con il suo petrolio, mentre nel resto del Paese i sunniti, sostenuti da Al Qaeda, non perdono occasione per colpire gli odiati sciiti e il loro autoritario primo ministro Al-Maliki. E così il sangue scorre a fiumi, mentre il mondo intero tiene gli occhi puntati sulla mattanza siriana o sui pericoli di guerra civile in Egitto. L’Iraq, del resto, non è estraneo a quanto avviene nella confinante Siria: una milizia di volontari sciiti combatte al fianco di Assad (e di Hezbollah), mentre i sunniti mandano aiuti e armi ai ribelli. Tra coloro che si sono dati la pena di seguire gli avvenimenti iracheni, esistono due scuole di pensiero. L’Iraq, dicono alcuni, sarà la Siria di domani quale che sia la sorte di Assad, perché l’Iran non potrà mai permettere una sconfitta degli sciiti a Bagdad e i sunniti continueranno a trovare appoggi nella gran parte del Mondo arabo. Altri preferiscono spostare l’obbiettivo: l’Iraq, per loro, è l’annuncio di quel che sarà l’Afghanistan un po’ di mesi dopo il ritiro delle forze alleate alla fine del 2014. Chiunque abbia ragione, non possiamo più fingere di non vedere. E Barack Obama, pur avendo combattuto l’invasione di dieci anni fa e poi promosso il completo ritiro dall’Iraq, farebbe bene a trovare il tempo per consigliare una rotta meno suicida a Nouri Al-Maliki.


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