Mubarak verso la scarcerazione E le piazze si stanno svuotando

IL CAIRO — Hosni Mubarak, 85 anni, non deve essere più custodito in carcere. Lo ha deciso ieri una delle Corti che stanno celebrando i quattro processi (per corruzione in questo caso) a carico dell’ex presidente dell’Egitto. Secondo il suo avvocato, Farid el-Dib, l’uomo che guidò il Paese per trent’anni, arrestato nell’aprile del 2011, potrebbe lasciare il penitenziario di Tora, sud Cairo, dove è detenuto. Non solo, la giustizia egiziana potrebbe restituirgli perfino i gradi di Maresciallo dell’Aria (il comandante supremo dell’Aeronautica), conquistati durante la guerra del Kippur (1973).
In realtà la posizione giudiziaria dell’ex rais resta molto complicata. Certo, il 12 gennaio 2103 l’equivalente egiziano della Corte di Cassazione ha cancellato la sentenza di ergastolo per le violenze in Piazza Tahrir tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2011. Ma il processo andrà comunque rifatto. Tuttavia il difensore è certo che Mubarak verrà rilasciato, anche se precisa: «Saranno i giudici a decidere». Il legale, insieme con il clan dell’ex presidente, forse conta su un atteggiamento più favorevole del nuovo regime guidato dal generale al-Sisi. La scarcerazione di Mubarak, per quanto provvisoria, per quanto limitata, potrebbe fornire un altro argomento, più simbolico che politico, alla protesta dei Fratelli musulmani.
Anche ieri, come due giorni fa, i militanti islamici sono comparsi nelle strade verso sera. Qualche breve corteo, qualche sit-in e anche scontri segnalati da diverse fonti. Nel tardo pomeriggio, per esempio, l’Ansa riferiva di una fitta sparatoria nei dintorni della moschea El Morsaline, nel quartiere di Giza al Cairo (la zona dell’Università). Altri spari sono stati uditi nel viale che porta all’area delle ambasciate americana e britannica, a Garden City. Fino a tarda notte non sono stati riportati morti o feriti. Nelle marce nei quartieri periferici di Maadi, Beer Sabea e Helwan si sono viste tante donne velate, molte con la foto dei mariti o dei figli uccisi nei giorni scorsi. Il movimento islamico ha adottato anche un simbolo: una mano che indica il numero quattro, in arabo «Rabaa», come il nome della moschea Rabaa al Adiwiyah, dove mercoledì 14 agosto è iniziata la strage dei dimostranti.
Nelle ultime 48 ore, però, la forza d’urto dei Fratelli musulmani sembra calata vistosamente. Sabato scorso si erano posti l’obiettivo di scalzare il governo provvisorio di al-Sisi entro una settimana, ma, dopo solo pochi giorni faticano a tenere la piazza. Gli arresti continui da parte della polizia stanno mettendo fuori gioco i dirigenti e i quadri più attivi dell’organizzazione. I carri armati dell’esercito ormai controllano gli snodi strategici della megalopoli.
Gli islamisti, ieri, hanno dovuto subire anche il prolungamento dell’arresto di Mohamed Morsi, il presidente rovesciato con un colpo di Stato il 3 luglio scorso.
All’attivo, di fatto, solo una dichiarazione uscita dal Dipartimento di Stato americano (guidato da John Kerry) che ha definito «una pessima idea» mettere al bando i Fratelli musulmani.


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