Portaerei e rotte artiche, sfida oceanica fra India e Cina

PECHINO — La sfida tra i giganti dell’Asia è sempre più sui mari. Se la Cina dispone già di una portaerei, per quanto solo per «addestramento» — e ne starebbe segretamente costruendo una seconda (almeno stando ai riscontri dei satelliti) — l’India ha ieri orgogliosamente varato la sua prima «fatta in casa» a Kochi, nello Stato meridionale del Kerala. «È un giorno da ricordare per tutta la nazione — ha detto il ministro della Difesa di New Delhi A.K. Antony mentre sua moglie Elizabeth faceva da madrina in un coro di antichi inni hindu —. Un momento di fierezza perché il nostro Paese ha raggiunto l’autosufficienza nella progettazione e nella costruzione di navi da guerra. Cosa che solo pochi nel mondo sono in grado di fare».
Il vascello, battezzato «Vikrant» (in sanscrito: coraggioso), lungo 260 metri, largo 60, ha una stazza di 37.500 tonnellate e sarà capace, una volta terminato ed entrato in servizio effettivo, di trasportare 40 velivoli tra caccia ed elicotteri: l’italiana Fincantieri ha collaborato nella realizzazione dei motori. Andrà ad affiancarsi ad altre «creazioni» dell’industria navale indiana: New Delhi nei giorni scorsi ha infatti annunciato di aver «attivato» il reattore del primo sommergibile nucleare, l’«Arihant» — distruttore di nemici — capace di trasportare missili balistici. Certo, considerato che la Repubblica popolare cinese ne possiede almeno cinque della stessa classe, la contesa non è che all’inizio.
I due Paesi, che in passato hanno già combattuto una guerra (1962) per il controllo di vaste zone dell’Himalaya, oscillano continuamente tra rivalità e cooperazione in quanto «nazioni emergenti». Nonostante la ripetuta volontà di «organizzare esercitazioni militari congiunte», Cina e India non hanno tuttavia ancora definito confini accettati sul tetto del mondo, dove gli sconfinamenti cinesi sono piuttosto frequenti, l’ultimo lo scorso aprile. E, sul mare, il desiderio di mostrare i muscoli supera le visite di cortesia: navi cinesi perlustrano le calde acque dell’Oceano Indiano, se non altro con la scusa della «caccia ai pirati» somali — e la «Vikrant» sarà assegnata proprio a quest’area —. Mentre flotte militari di New Delhi si affacciano sempre più spesso intorno a Singapore. Non solo: Pechino, desiderosa di emanciparsi dalla necessità di attraversare lo Stretto di Malacca e l’Oceano Indiano per raggiungere l’Occidente con i suoi prodotti, nei giorni scorsi ha spedito una nave commerciale a inaugurare il «passaggio a Nordest», ovvero la nuova rotta per raggiungere l’Europa, costeggiando la Siberia, grazie a un Mar Glaciale Artico sufficientemente privo di ghiacci.
Dove porterà tutto questo? È un fatto che gli ultimi mesi le contese marittime in Asia abbiano raggiunto livelli da allarme rosso. Una Cina sempre più risoluta reclama la sovranità su arcipelaghi che a volte distano migliaia di chilometri dalla terraferma — gli atolli nel Mar Cinese Meridionale — o su isole, come le Senkaku/Diaoyu, che si trovano lungo una fragile linea di demarcazione con le zone pattugliate dalle navi di Giappone e Stati Uniti. Per Pechino tutto questo rappresenta una novità piuttosto recente. Nella sua storia millenaria, infatti, il Celeste Impero ha per lo più rivolto la sua attenzione al continente. Oggi per giustificare la sua espansione marittima prende a esempio le spedizioni dell’ammiraglio-eunuco Zheng He (1371-1433), risalenti alla dinastia Ming (1368-1644). Spedizioni che ebbero luogo nei primi trent’anni del Quindicesimo secolo e si spinsero fino — pare — alle coste della Somalia. Ma la Cina non si è mai considerata una potenza navale. Almeno finora. E la sua proiezione sugli oceani sta suscitando allarme e preoccupazioni in tutti i Paesi asiatici, alcuni dei quali antichi «clienti» dell’Impero di Mezzo. Tra tutti, l’unico in grado di tenergli testa sembra essere proprio l’India: il suo programma di riarmo pare cucito su misura per contrastare quello di Pechino.
Paolo Salom


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