Sul Medio Oriente cala l’Incubo di una stagione di terrorismo

E ci restituisce l’immagine di un gigantesco Paese sull’orlo del baratro, assediato dalla propria rassegnazione, circondato dall’impotenza del mondo, e focolaio di un pericolosissimo contagio regionale, anzi globale.
Il rischio che quella che ormai ha i connotati di una guerra civile diventi l’occasione per lanciare una nuova campagna terroristica, come era stato annunciato da fonti dell’Intelligence, è alto, e l’allarme è serio e motivato. Nessuno può sottovalutare che è egiziano l’uomo diventato il numero uno di Al Qaeda, dopo la morte di Osama Bin Laden, cioè il medico Ayman Zawahiri. Sicuramente furibondo per l’arresto, ieri, di suo fratello.
Si ha poi l’impressione che troppi fatichino a valutare conseguenze che coinvolgono tutti: l’intero Mediterraneo, l’Unione Europea, con l’Italia nella posizione geografica più esposta. Costringere a più miti consigli l’Egitto, prostrato dalla crisi, con pesanti sanzioni economiche e con il taglio indiscriminato degli aiuti sarebbe esiziale. È pur vero, ad esempio, che gli Stati Uniti donano al Cairo un miliardo e mezzo di dollari all’anno, ma il denaro era (ed è rimasto) il premio per aver firmato la pace di Camp David con Israele: pace fredda, mal digerita dalla gente e avversata soprattutto dai Fratelli musulmani, ma pur sempre pace. Tagliare questo aiuto, di cui il Paese ha assoluto bisogno, significherebbe creare condizioni di totale e fatale instabilità. Se è vero che le casse egiziane sono vuote, che le riserve valutarie sono al minimo storico, che le banche hanno sospeso le transazioni, e che il turismo è crollato rovinosamente, inghiottito dalla paura e dai divieti, l’allarme è massimo. Nessuno osa immaginare che cosa accadrebbe se il conflitto impedisse l’agibilità del canale di Suez, i cui pedaggi sono una delle primarie risorse. È pur vero che il passaggio è meno cruciale di qualche anno fa, perché nel frattempo sono state create rotte alternative, soprattutto per i rifornimenti energetici. Ma il traffico è sempre assai consistente, e per un armatore l’obbligatoria circumnavigazione dell’Africa comporterebbe aggravi pesantissimi, in una fase di crisi globale non ancora risolta.
L’occhio già vede i devastanti effetti sociali, politici e religiosi prodotti nel fragile Egitto, dove la vera conciliazione fra tutte le componenti confessionali si sta sgretolando. I Fratelli musulmani hanno subìto le violenze delle Forze armate, ma ora i copti denunciano che in tutto il Paese sono state assaltate e devastate 49 chiese cristiane, comprese quelle cattoliche e protestanti. Però tutto questo non può spingerci a voltare il capo per non vedere le violenze indiscriminate dei soldati contro la popolazione civile, gli assalti alle moschee, gli attacchi dagli elicotteri.
L’Egitto trema. Ma tremano per il rischio di un velenoso contagio quasi tutti i Paesi della regione. Se l’Arabia Saudita ha deciso di abbandonare il deposto presidente Morsi e i suoi Fratelli per schierarsi a fianco dell’esercito condotto con sistemi brutali dal generale Al-Sisi, vuol dire che il timore di un collasso del cartello arabo sunnita e moderato, di cui Riad è il gigante finanziario, il Cairo il centro decisionale e Amman la componente più filo-occidentale e ragionevole, ha superato abbondantemente il livello di guardia.
Il prudente re saudita Abdullah è pronto a tutto pur di impedire ai Fratelli musulmani di avanzare, dopo aver favorito generosamente, e con ogni mezzo, tutti i movimenti estremisti della galassia musulmano-sunnita. Non volendo vedere per tempo che una parte del denaro finiva nelle periferie di quell’Al Qaeda, ridimensionato ma sempre temibilissimo, che sta penetrando con le sue milizie regionalizzate tutti i Paesi più fragili: dalla Libia alla Tunisia, al Libano. Gli attentati e le esecuzioni a Beirut e più a nord, nella città di Tripoli, sembrano anticipare le grandi manovre di quello che potrebbe diventare l’incubo prossimo venturo: la mortale resa dei conti fra sunniti e sciiti. Se il regime siriano, in questo momento, assiste impassibile, pur con malcelata soddisfazione, al bagno di sangue egiziano, che nella sostanza ha frenato la riscossa dei ribelli anti-Assad, anche i nemici di un tempo, Iran e Iraq, seguono le violenze egiziane con trepidazione. Cercando di immaginare il futuro equilibrio. Se mai vi sarà.


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