«Nella violenza rinasce Caino La guerra è sconfitta dell’umanità»

CITTÀ DEL VATICANO — L’essenziale è quando Francesco parla dell’egoismo, del peccato, del delitto, descrive l’uomo che «si mette al posto di Dio» e si lascia affascinare da quegli idoli «del dominio e del potere» che spezzano l’«armonia» del creato — «in ogni violenza e in ogni guerra noi oggi facciamo rinascere Caino, noi tutti!» — fino a chiedere: «Possiamo dire che si passa alla “disarmonia”?». La risposta del Papa è drammatica e riguarda da vicino i timori che un intervento militare in Siria crei una situazione incontrollabile: «No, non esiste la disarmonia. O c’è l’armonia o si cade nel caos, dove c’è violenza, contesa, scontro, paura…».
La guerra, il caos. «Finisca il rumore delle armi!». In piazza San Pietro ci sono centomila persone, cristiani, fedeli di altre religioni e non credenti come altri milioni (anche il premier Enrico Letta, a Cernobbio; Matteo Renzi no, per non essere «modaiolo») che ieri hanno aderito alla giornata planetaria di «digiuno e preghiera» proposta dal Pontefice. Nel monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano, partecipa pure Benedetto XVI, informa monsignor Gänswein: «Il Papa emerito segue l’invito al digiuno e alla preghiera di papa Francesco». In piazza un gruppo di musulmani recita una sura del Corano mentre dai cristiani si leva l’Ave Maria. E Francesco, lo sguardo intenso, la voce profonda, invoca «perdono, dialogo, riconciliazione», le tre «parole della pace». Quella pace «non disgiunta dai doveri della giustizia» che il Pontefice chiede «nell’amata nazione siriana, nel Medio Oriente, in tutto il mondo». Toni angosciati, quando Francesco evoca il peccato di Adamo che «ha paura dello sguardo di Dio e accusa la donna», o il delitto di Caino che chiede: sono forse io il custode di mio fratello? Bisognava vederlo, Bergoglio, mentre rispondeva: «Sì! Tu sei il custode di tuo fratello! Essere persona umana significa essere custodi gli uni degli altri!».
La radice del caos, l’armonia dell’«unica famiglia umana» che si spezza, l’eterno ritorno di Caino, nonostante le argomentazioni: «Anche oggi alziamo la mano contro chi è nostro fratello. Anche oggi ci lasciamo guidare dagli idoli, dall’egoismo, dai nostri interessi. E questo atteggiamento va avanti: abbiamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci…». Qui Francesco alza lo sguardo: «Come se fosse una cosa normale, continuiamo a seminare distruzione, dolore, morte! La violenza, la guerra portano solo morte, parlano di morte! Hanno il linguaggio della morte!».
Eppure, «dopo il caos del Diluvio ha smesso di piovere: la colomba porta un ramo di ulivo». Bergoglio ricorda l’ulivo che da cardinale piantò a Buenos Aires «con rappresentanti delle diverse religioni». Perché «percorrere un’altra strada è possibile», scandisce: «Questa sera vorrei che da ogni parte della Terra noi gridassimo: sì, è possibile per tutti! Anzi vorrei che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, fino a coloro che sono chiamati a governare le nazioni, rispondesse: sì, lo vogliamo!». Poi dice: «La mia fede cristiana mi spinge a guardare alla Croce, come vorrei che tutti gli uomini e le donne di buona volontà guardassero alla Croce!». Lì «si può leggere la risposta di Dio», sillaba: «Alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte».
Riconciliazione, dialogo, perdono, l’appello si fa universale, al «profondo della coscienza», di là dalle fedi: «Esci dai tuoi interessi che atrofizzano il cuore, supera l’indifferenza verso l’altro, vinci le tue ragioni di morte e apriti al dialogo, alla riconciliazione: guarda al dolore del tuo fratello e non aggiungere altro dolore, ferma la tua mano, ricostruisci l’armonia che si è spezzata; e questo non con lo scontro, ma con l’incontro!». Perché «la guerra segna sempre il fallimento della pace, è sempre una sconfitta per l’umanità», sospira. «Non più la guerra!». Preghiera, silenzio. Francesco resta lì quattro ore. Poi saluta: «Continuiamo a pregare per la pace in questi giorni».
Gian Guido Vecchi


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