Russia e America, le due nazioni «speciali»

Probabilmente non dispiacerà, a Vladimir Putin, sapere che prima di lui soltanto un altro capo del Cremlino se l’era presa con «l’eccezionalismo americano». Di più, Iosif Stalin fu il primo in assoluto a usare il termine specifico. Successe nel 1929, quando Jay Lovestone, segretario generale del Partito comunista americano, venne cacciato dai ranghi dell’organizzazione su ordine di Mosca, non tanto per essersi schierato con Bukharin nella lotta per il potere sovietico, quanto per aver sostenuto che la forza, il radicamento e la mobilità sociale del capitalismo yankee rendevano inattuale la rivoluzione comunista negli Stati Uniti. «Occorre mettere fine a questa eresia dell’eccezionalismo americano», tuonò Stalin, cambiando per sempre il vocabolario del primo nemico.
Certo il concetto della «prima nuova nazione», qualitativamente diversa da tutte le altre, è antico. Ancora in navigazione verso il Massachusetts, nel 1630, John Winthrop, primo governatore della colonia, aveva teorizzato «the city on the hill», la città sulla collina, faro di luce per il resto del mondo, immagine poi ripresa nella brillante retorica di Ronald Reagan. A dare una descrizione compiuta della posizione «eccezionale» degli americani, era stato poi Alexis de Toqueville. Un americano, per lui, era un individualista, dedito al commercio, convinto di essere eguale a tutti gli altri membri di una società completamente libera.
Non ci volle molto però, perché l’eccezionalismo delle origini incontrasse nei primi decenni dell’Ottocento la dottrina jacksoniana del «destino manifesto», acquistando zelo missionario e militare. L’America aveva ricevuto da Dio la missione di espandersi attraverso il Continente e civilizzarlo. «Regeneration through violence», l’avrebbe definita in un libro fondamentale Richard Slotkin.
Fermiamoci un attimo. E ripensiamo al monito di Putin. Era solo americano il mito della nazione speciale già nel corso del Diciannovesimo secolo? Ascoltiamo cosa fa dire Fëdor Dostoevskij ai suoi personaggi Satov e Stavrogin, in uno dei più celebri dialoghi de «I Demoni».
«Sapete… qual è ora in tutta la terra l’unico popolo “portatore di Dio”, quello che verrà a rinnovare e salvare il mondo del nuovo dio ed è il solo cui siano state date le chiavi della vita e della nuova parola? Sapete qual è questo popolo, e qual è il suo nome?». «Dal modo che tenete devo necessariamente concludere e, credo, al più presto possibile, che è il popolo russo».
Ma già alcuni anni prima, Gogol aveva chiuso la prima parte dello straordinario «Le Anime morte» paragonando la Russia a «un’ardita, insorpassabile trojka» che vola via «tutta infusa dell’afflato di Dio»: «Russia dove mai voli tu? Rispondi. Non risponde. Stupendo lo squillo si spande dalle sonagliere; rimbomba e si muta in vento l’aria squarciata; vola indietro tutto quanto è sulla terra, e schivandola si fanno in disparte e le danno la strada gli altri popoli e le altre nazioni».
L’ambizione della Terza Roma e l’«idea russa» come idea cristiana, di cui aveva parlato il filosofo Soloviev, completano il quadro: di pulsioni eccezionaliste sono piene l’anima e la vicenda della Russia. Quella zarista. Come quella sovietica, vedi la madre del socialismo, la dottrina Breznev e tutto il resto.
E tuttavia, con abilità urticante, il nuovo zar post comunista, pur pronto a invadere un Paese sovrano come la Georgia senza autorizzazioni o basi legali di sorta, tocca un nervo scoperto dell’America di oggi, lacerata tra la vocazione alla crociata morale, la missione di imporre al mondo i suoi valori distillata dall’eterna riflessione sull’eccezionalismo e la voglia di ripiegare su se stessa, prendendo atto delle proprie fragilità, delle proprie insicurezze, dei propri limiti.
Nel 2009, Barack Obama disse di «credere nell’eccezionalismo americano» ma di sospettare che «anche gli inglesi credano in quello britannico e i greci in quello greco». La frase lo espose all’attacco del suo avversario Mitt Romney, che in campagna elettorale accusò il presidente di «non avere gli stessi nostri sentimenti verso l’eccezionalismo americano». Fu facile per Obama ricordare che la sua stessa biografia ne fosse la testimonianza. E poi correggere il tiro, spiegando di non vedere contraddizioni «tra credere nel ruolo dell’America di guidare il mondo verso la pace e la prosperità e pensare che ciò dipenda dalla nostra capacità di creare alleanze, perché non possiamo risolvere i problemi da soli».
Non ha grandi titoli, Vladimir Putin per bollare come pericolosa la rivendicazione dell’eccezionalità americana. Ma come osserva Roger Cohen, «quanto eccezionale puoi essere, se ogni grande problema che hai di fronte, dal terrorismo al nucleare, richiede un’azione comune?».
Paolo Valentino


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