L’invito dei saggi: più democrazia diretta

ROMA — «E ora tocca alla politica decidere. Il Parlamento è sovrano». Gaetano Quagliariello ha l’aria disfatta per il gran lavoro e furbetta di chi, dato in difficoltà fino all’ultimo, «la scommessa l’ha vinta davvero». La scommessa del ministro-presidente del comitato per le Riforme è tutta lì: in quelle 38 pagine, anticipate ieri dal Corriere , nelle quali si è riusciti, dopo 108 ore, a sintetizzare la proposta dei saggi per riformare lo Stato. Anzi le proposte. Giacché semipresidenzialisti alla francese e parlamentaristi non sono riusciti a convergere del tutto nemmeno sulla terza via: quella del «governo parlamentare del premier». Tutte e tre le opzioni sono state offerte all’attenzione del Parlamento, che dovrà decidere. Nelle speranze del ministro delle Riforme, «il Comitato dei 40 potrà, appena varato il ddl istitutivo a dicembre, lavorare subito su queste tracce. Ed entro l’estate le proposte possono essere portate in Aula». «Oltre non fatemi andare, da napoletano ho il dovere della scaramanzia», ironizza Quagliariello.
A contribuire efficacemente alla velocità dei lavori è senz’altro la forma della relazione: agile, snella e facilmente fruibile anche da un Parlamento ricco di «new entry» della politica e della cultura costituzionale. Una sorta di breviario che fornisce in poche pagine gli strumenti per capire cosa comporterebbe ognuna delle opzioni scelte, perché individua i legami tra ciascuna forma di governo e la relativa legge elettorale e illustra le tre diverse possibili medicine per rendere il nostro sistema «efficiente e competitivo con gli altri sistemi europei che funzionano». «Cosa non da poco in tempi di crisi economica grave», fa notare Luciano Violante, rispondendo così a chi chiede cosa ci sia di nuovo rispetto ai risultati di altre commissioni delle riforme, bicamerale inclusa: «C’è coerenza tra forma di Stato, di governo, Parlamento e potere dei cittadini. Un meccanismo che finora non si è potuto avere».
È vero che i saggi non sono riusciti a convincersi l’un l’altro a trovare un compromesso per avanzare un’unica proposta per ogni argomento, a partire dalla forma di governo. E non hanno voluto nemmeno imboccare all’unanimità la «terza via» del premierato forte, in cui il capo dello Stato resta potere neutro di garanzia, ma con un’investitura popolare per il premier, che revoca e nomina i ministri e ha anche di fatto un potere di scioglimento delle Camere. E alla quale sarebbe collegata una legge elettorale da presentare ai cittadini come «quella per eleggere il sindaco d’Italia», sintetizza Violante.
Tuttavia alcuni importanti punti comuni i Saggi li hanno fissati: la riduzione dei parlamentari (da 630 almeno a 450 deputati come in Spagna, da 315 a 150-200 senatori); il superamento del bicameralismo «perfetto»: lo snellimento del procedimento legislativo. Ma soprattutto, ed è ques ta la vera rivoluzione, il potenziamento di strumenti che possano favorire la democrazia partecipativa. Nella bozza, infatti, vengono valorizzate le petizioni, le leggi di iniziativa popolare e viene rafforzato l’istituto del referendum, introducendo accanto all’attuale, solo abrogativo, anche quello propositivo. In più c’è un cospicuo lavoro per rendere di nuovo organica una materia divenuta caotica dopo la riforma del Titolo V: quella sul rapporto tra Stato e Regioni. Bisognerà optare per il federalismo o ricentralizzare. In ogni caso andranno ridotte al minimo le materie di legislazione concorrente Stato-Regioni e introdurre una clausola di supremazia con la possibilità dello Stato di richiamare a sé certe materie. Anna Chimenti, costituzionalista, una delle dodici donne della commissione, commenta con soddisfazione: «Nella notte in cui vedevamo in sottofondo le immagini della Concordia, con un formidabile lavoro di squadra, abbiamo rimesso in asse il titolo V della la Costituzione e fornito una road-map delle riforme al Parlamento più giovane della storia repubblicana».
Virginia Piccolillo


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