Alta tensione su spread e Borsa e a mezzanotte l’Iva sale al 22%

ROMA — Il primo esame di credibilità per l’Italia scatta questa mattina sui mercati finanziari. Si riparte da uno spread a 263 punti, quota segnata venerdì scorso, un paio d’ore prima che la crisi politica divampasse in Consiglio dei ministri, cancellando così la “manovrina” su Iva e correzione dei conti. Situazione precipitata rapidamente, sabato pomeriggio, in crisi di governo, con la dimissione dei ministri pdl. Difficile ora che lo spread, termometro così sensibile del rischio Paese, non torni a segnare febbre alta. Accadeva alla fine del 2011, nel passaggio tra governo Berlusconi e governo Monti, quando si viaggiava attorno ai 500 punti. E anche un anno fa, quando la notizia della fine dell’esecutivo del professore e il ritorno in campo del Cavaliere, lo riportò oltre i 300.
Gli analisti pesano la nuova instabilità politica, nel breve e medio periodo, in almeno 100 punti in più. Un differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi a quota 350 è dunque ampiamente atteso. Nonostante le rassicurazioni del ministro dell’Economia, convinto che «i mercati terranno conto di tanti aspetti, compresa la congiuntura economica in chiaro miglioramento», ma anche del risanamento dei conti pubblici che «è stato fatto». Così come del giudizio dell’Fmi che, nella versione riferita da Saccomanni, promuove le banche italiane perché «solide». Il ministro sembra dunque negare che il Fondo monetario ne paventi invece una debolezza tale da poter indurre le agenzie di rating a declassare l’Italia a livello spazzatura, costringendola a chiedere l’aiuto dell’Europa. Insomma Saccomanni si dice convinto che questa mattina la temuta bufera non ci sarà, con tracollo in Borsa e spread impazzito.
E nell’intervista di ieri al Sole24Ore precisa pure che la crisi politica in atto è stata «già in parte scontata nelle settimane passate». Insomma, Piazza Affari ha già dato.
Impossibile però negare o archiviare la grave incertezza piombata all’improvviso su tutti i dossier economici. Nonostante la nuova apertura di Berlusconi che ieri a sorpresa su Facebook parlava di un Pdl pronto a votare tutto: legge di Stabilità («se utile all’Italia»), stop all’Iva («senza aumentare altre tasse»), taglio della seconda rata Imu e del cuneo fiscale, rifinanziamento della Cassa integrazione e delle missioni militari. Dalla mezzanotte di oggi però l’Iva passerà comunque al 22% e da domani molti beni e servizi saranno più cari, colpendo senza pietà i redditi bassi («Non mi sembra una tragedia»,
commenta però Saccomanni). Senza contare il caos di queste ore nelle aziende e nella grande distribuzione, prese alla sprovvista e costrette ad adeguare in fretta registratori di cassa e software per la contabilità.
Su tutto incombe poi la legge di Stabilità, la più importante legge finanziaria del Paese, da confezionare entro il 15 ottobre per essere
approvata da Bruxelles entro il 15 novembre. «È un atto obbligatorio, non ci si può esimere da questo», ricorda il ministro. «Non c’è nessuna ragione per cui non la possa fare questo governo, anche eventualmente da dimissionario ». Frase pesante che apre uno scenario simile a quello del 2011 quando il governo Berlusconi agli sgoccioli ne confezionò una “tabellare”, essenziale per la tenuta dei conti e le spese indifferibili, scritta con il fiato sul collo degli ispettori europei. Il prossimo urgente passo, intanto, è il decreto da 1,6 miliardi per rientrare al 3% del rapporto tra deficit e Pil (sforato al 3,1). «È pronto», dice Saccomanni. Senza, l’Italia rischia il caos.


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