Dalla consacrazione delle guerre alla svolta pacifista

È vero, la Prima guerra mondiale era stata definita da Benedetto XV un’«inutile strage» (avocando a sé il compito di giudicare le scelte degli stati) per la disparità tra la forza distruttrice impiegata e il fine che si intendeva raggiungere, ma la condanna pendeva su un’Europa colpevole di essersi sottratta all’autorità della Chiesa e per questo punita dalla tragedia in corso. La scelta del disimpegno dalle parti in causa mirava a garantire alla Santa Sede un ruolo super partes che ne avrebbe potuto fare un arbitro prezioso nella regolazione della politica internazionale. A livello teorico, la guerra in quanto tale rimaneva uno strumento legittimo, da valutare secondo la tradizione agostiniana che ne aveva definito i limiti: alle chiese nazionali era affidato il compito di lenire la piaga, garantendo ai soldati un sostegno religioso e ai governi una copertura ideologica che si sperava sarebbe stata adeguatamente ricompensata. Valutazioni simili avrebbe fatto Pio XII di fronte allo scoppio del Secondo conflitto mondiale. A confrontarsi in battaglia erano sistemi ai quali la Santa Sede si sentiva estranea, quando non direttamente ostile (come nel caso del nazismo). Occorreva starne fuori, attestandosi su una posizione di contrarietà al conflitto e lasciando, ancora una volta, alle chiese nazionali il compito di obbedire alle rispettive autorità politiche. Non prendere posizione anche per limitare i danni, in primo luogo quelli che sarebbero potuti derivare alla stessa Chiesa. Dopo aver constatato la potenza distruttiva dei bombardamenti a tappeto, l’esplosione della bombe atomiche rivelerà che il modo di combattere nell’età delle nuove tecnologie era cambiato radicalmente: di fronte al nuovo potenziale distruttivo, che non faceva più distinzione tra militari e civili, anche la dottrina agostiniana necessitava di una revisione.
Se già nelle Istituzioni di diritto pubblico ecclesiastico del 1947 il prefetto del Sant’Uffizio aveva riconosciuto il divario tra la teoria tradizionale e la realtà della guerra tecnologica, la svolta dottrinale risale al 1963, l’anno della pubblicazione della Pacem in terris. In questa enciclica, pur senza abbandonare le tesi della ‘guerra giusta’, il papa proclamava che i conflitti per la restaurazione del diritto non potevano più essere considerati accettabili e riconosceva come un ‘segno dei tempi’ l’esistenza delle Nazioni Unite. Nella sede del Palazzo di Vetro Paolo VI nel 1965 pronuncerà il primo «Mai più guerra!»: la delegittimazione dei conflitti, arricchitasi con il riconoscimento conciliare dell’obiezione di coscienza, si rafforzava anche nella prassi, come dimostra l’atteggiamento della Santa Sede durante le guerre degli anni a venire. Alle parti in causa in Vietnam Paolo VI si proponeva ancora una volta come mediatore (senza condannare i bombardamenti, come avrebbe voluto il card. Lercaro), ma non menzionava più il leitmotiv della guerra come punizione divina e mostrava fiducia nella capacità dei governanti di garantire un giusto ordine del quale la Chiesa non si considerava più la custode.
Certamente più forti sono state le condanna di Giovanni Paolo II delle «guerre umanitarie» degli ultimi decenni, più forti perché pronunciate contro interventi legittimati dalle Nazione Unite (secondo un’evoluzione della giurisprudenza riconosciuta anche nel Compendio della dottrina sociale del 2004) e quindi rivelatrici di un’indisponibilità della Santa Sede (e delle chiese nazionali) a riconoscere, alla prova dei fatti, che una guerra possa essere giusta. Il «Mai più guerra!» indirizzato ai sostenitori della «guerra preventiva» del 2003 faceva parte di quella battaglia non violenta condotta senza successo dalla «seconda super-potenza mondiale», l’opinione pubblica pacifista.
Papa Francesco ha scelto di richiamarsi a quell’esperienza mettendo in luce il lato migliore della presenza politica di una Chiesa che si propone come baluardo di pace e non più come fonte di legittimazione e di moralizzazione dei conflitti.


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