I DESTINI INCROCIATI DI MOSCA E PECHINO

Ingigantito dall’incontro californiano di giugno tra il presidente americano e quello cinese: una Russia destinata a svolgere un ruolo di comprimaria nel gioco bipolare tra la superpotenza storica, gli Stati Uniti, e quella sempre più emergente sul piano economico, ma anche militare, la Cina. La peggiore frustrazione per l’orgoglio grande-russo del leader del Cremlino e la sua ambizione di resuscitare l’Urss, tornando ad essere l’antagonista numero uno dell’America.
A parti invertite si stava riproponendo nel nuovo secolo la situazione degli anni 60 del Novecento, quando la grande competizione, dalle zone di influenza sulla Terra alla gara nella conquista dello spazio, era tra America e Urss. E la Cina era vista da Mosca come una devianza ideologica, un gigante petulante, con una sola piccola appendice internazionale (l’Albania), ma militarmente sottosviluppata. Al punto che i cinesi sfidavano l’Armata Rossa sulle sponde dell’Ussuri, il fiume divisorio diventato un focolaio di tensione armata, denudandosi il sedere e mostrandolo ai superdotati reparti sovietici sull’altra sponda. Sul piano militare, un esercito di zanzare, ancorché tanto numerose, che punzecchia l’elefante.
Ci pensò Henry Kissinger a portare la Cina sul podio delle potenze, mettendola sul gradino più basso ma accanto all’Urss, organizzando, con immenso dispetto di Mosca, un viaggio di Nixon a Pechino così clamoroso da meritare un poderoso libro («Nixon in China») di una brillante storica canadese, Margaret MacMillan e perfino un’opera lirica del compositore John Adams. Da allora la Cina ha cominciato a crescere a dismisura e l’Urss a decrescere, lentamente, ma inesorabilmente, fino a morire. E Putin, quando andò al potere tredici anni fa, si rese conto che il mondo rischiava di tornare a essere bipolare come cinquant’anni fa, ai tempi dell’Ussuri, ma con la Cina al posto della Russia. Un mondo che non piace al nuovo zar, non soddisfa le sue ambizioni internazionali, ma non aiuta neppure il controllo di quella democrazia a scartamento ridotto, che sbiadisce sempre più in uno zarismo dell’era digitale. Più Putin è piccolo sul piano internazionale più crescono i Navalnyj sul piano interno.
Domenica ci sono le elezioni per il sindaco di Mosca (dove, come ha raccontato ieri questo giornale, il blogger, perennemente imputato, Aleksej Navalvnyj cerca di spingere al secondo turno il putiniano di ferro Sergej Sobyanin). E giovedì a San Pietroburgo c’è il vertice del G20. Putin gioca in casa, letteralmente: è la sua città, è stata il suo grande trampolino di lancio e la cassaforte del suo potere anche economico. Per Putin sarà un palcoscenico straordinario, è lì che rilancerà la sfida a Obama strizzando un occhio a Xi Jinping. Sarà uno spettacolo tutto da guardare, dove anche il «body language», il linguaggio dei corpi, dovrà essere osservato con attenzione: quello del presidente russo, di quello cinese e di quello americano.
La Siria è un tema perfetto per un duello e per capire chi sale sul podio nel secondo decennio del nuovo secolo. Perché la Russia e la Cina hanno posizioni convergenti. E divergenti da quella americana, che tra l’altro al traguardo di San Pietroburgo arriva quasi da sola, come un ciclista che ha perso uno dopo l’altro i compagni che dovevano preparare la volata. S’è sfilato perfino il fedele gregario inglese. Putin, offeso e furioso per l’annullamento da parte di Obama del bilaterale previsto dopo il G20, ha preparato il terreno attaccando il presidente americano con un’ironia pesante, tipica della scuola del Kgb, dove il “sense of humour” non fa parte dei programmi: «È un premio Nobel! Strano che adesso non si preoccupi delle future vittime».
In effetti il Nobel per la pace a Barack Obama è stato dato con eccessiva precipitazione e anticipazione. Pochi presidenti americani hanno avuto delle “performances” così modeste in politica internazionale come l’attuale: dall’Afghanistan all’Iraq, dalle primavere arabe alla Libia, dai rapporti israelo-palestinesi all’ultima crisi egiziana. Tanto che proprio Henry Kissinger ha detto, a proposito dell’Afghanistan ma estendendo il giudizio agli altri dossier caldi, che quella di Obama è «un’exit senza strategy». Miele per Putin, che sulla Siria si gioca tutto o quasi nella riconquista delle posizioni perdute dalla Russia nel mondo.
A San Pietroburgo Xi Jinping non dovrà esporsi più di tanto. Russia e Cina stanno flirtando da un po’ di tempo (il presidente cinese ha fatto a Mosca il suo primo viaggio all’estero). Difficilmente sarà vero amore. La Storia dice che sarebbe un’unione contro natura. Ma un matrimonio d’interessi è sempre possibile. Il caso Snowden è stato un esempio di collaborazione sotterranea alle spalle dell’America. Da Hong Kong, territorio cinese, è andato a Mosca: impossibile senza il consenso, o addirittura la protezione, dei rispettivi servizi. Le manovre navali congiunte russo-cinesi di luglio sono state un esempio di collaborazione manifesta e conclamata. Gli attacchi cibernetici della Cina contro l’America e della Russia contro i suoi vicini avevano il sapore di un’azione concordata.
Ora la Siria può essere una ghiotta occasione per saldare un asse Mosca-Pechino contro l’America. A San Pietroburgo, a dispetto del suo ruolo di padrone di casa, Putin esibirà i guantoni da combattimento: gli serve mostrarli anche in funzione delle elezioni di domenica a Mosca. Nel suo angolo con l’asciugamano pronto, nel caso servisse, potrebbe esserci Xi Jinping. Al quale, in fondo, i tipi come Navalnyj piacciono ancora meno che a Putin.


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