Il colosso che assume otto persone al giorno e resiste a ogni crisi

Non sono frasi scelte a caso: sono le frasi più spesso inserite in tutto il mondo quando uno inizia a cercare “io ho 15 anni”.
Naturalmente questo meccanismo funziona con qualunque frase inseriate nella celebre casellina bianca da dove ogni giorno partono tre miliardi di ricerche che viaggiano attraverso i link di 60 triliardi di pagine; e ha dato vita a una serie infinita di poesie, e persino a un sito molto recensito, GooglePoetics, e a un profilo twitter, con migliaia di appassionati, che ogni giorno ne sforna un paio. Sono poesie generate da un algoritmo, certo. Non sono versi da premio Nobel. Ai più colti ricorderanno Tape Mark I, la poesia composta nel 1961 da un antenato dei moderni computer, un IBM 7070, per il poeta Nanni Balestrini, e alle illuminanti riflessioni che ne fece poi Italo Calvino. Ma senza voler volare così in alto, GooglePoetics è un segno di quanto importante, penetrante e per certi versi ingombrante sia diventato Google nella nostra vita. Quei versi infatti non sono pensierini adolescenziali, anche se ci assomigliano molto: sono schegge del pensiero dell’umanità aggiornate in tempo reale. «Google sa tutto perché glielo diciamo noi» ha detto qualche giorno fa uno dei giornalisti più celebri in campo tecnologico, Robert Scoble. Era a New York, alla Hall of Science di Queens per la World Maker Faire, e ha raggelato la platea con poche parole.

Queste: «Google sa che sono qui. Ha letto il mio calendario. Sa chi incontrerò, ha letto le mie mail. Sa quando sono arrivato, perché ho usato le sue mappe per orientarmi. Sa cosa sto dicendo, perché ho caricato la mia presentazione sul web. Google sa tutto e quello che ancora non sa lo saprà presto ». Scoble non intendeva spaventare nessuno, lui è un fan della tecnologia: voleva aprire gli occhi di chi lo stava ascoltando su cosa davvero voglia dire nelle nostre vite quello che un tempo era solo “un motore di ricerca” ed oggi è molto ma molto di più e promette di avventurarsi persino su terreni che con il web non c’entrano nulla, come le auto senza pilota e le cure genetiche per vivere più a lungo. Quelli sono moonshots, scommesse che valgono lo sbarco sulla Luna e vedremo dove porteranno. Dove Google è già arrivato è impressionante: oggi se chiedete a un bambino cos’è Internet, quasi sempre risponde “Google” o al massimo “YouTube” che ovviamente è di Google.
Dei tanti numeri celebrativi che circolano in questi giorni (su tutti, il fatto che un’azione di Google oggi valga di più 10 volte il valore di quando i due fondatori Larry Page e Sergey Brin si presentarono a Wall Street, nel 2004), a me colpisce un dato apparentemente meno sexy: oggi Google ha 44.777 dipendenti. Provate a dividere quel numero per i giorni che servono per fare 15 anni e otterrete il numero di persone assunte ogni giorno da Google. Otto persone. In questi 15 anni mediamente Google ha assunto ogni giorno 8 persone, passando per la bolla della New Economy, il crollo di Wall Street, lo scandalo dei mutui immobiliare e un paio di recessioni economiche. Otto persone al giorno sono una enormità. E sono il migliore spot al fatto che davvero Internet e tutto quello che gli ruota attorno è diventato il più grande creatore di posti di lavoro dei nostri tempi. Questo accade perché Google crea valore (secondo la Borsa, siamo a un totale di 290 miliardi di dollari, più o meno). Non si può tacere il fatto che Google in questi anni abbia avuto campo libero per l’inettitudine di politici e imprenditori nel capire la portata delle innovazioni digitali (qui in Italia un presidente del Consiglio, una volta lo chiamò “Gogol”). E per questa ignoranza ha potuto fare profitti immensi (e spesso con tassazione di favore, legali ma oggi non più accettabili). Fra qualche giorno è attesa la decisione dell’Unione Europea su uno storico procedimento antitrust e stando a quello che ha fatto trapelare il commissario alla concorrenza Joaquin Almunia, la multa rischia di essere importante. Storica, appunto, Ma qualunque cosa accada, Google è qui per rimanerci per un motivo fondamentale: perché l’innovazione, continua, incessante, è la sua stella polare.


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