Il superamento del Capo

 Il blitz infatti che ha spinto il Cavaliere e la componente più radicale del suo partito trova spiegazione nell’estremo tentativo di “salvare” il Cavaliere dalla decadenza ma anche di fornire l’ultima bombola di ossigeno ad una prospettiva che ormai si sta esaurendo. La storia di Forza Italia prima e del Pdl poi si sta consumando attraverso i colpi di coda e gli strappi improvvisi del suo leader indiscusso. Si tratta dell’ultima mossa per riconquistare centralità e condizionare ogni scelta. Si tratta di autoperpetuarsi.
Lo schema del Cavaliere ricalca esattamente quello seguito a novembre scorso con il governo Monti. Sfiducia improvvisa e richiesta di elezioni. Il capo del Pdl, come dieci mesi fa, vuole cavalcare gli ultimi sondaggi, congelare la decadenza per tre o quattro mesi e poi ricontrattare tutto — anche la sua posizione personale e giudiziaria — dopo il voto. La sua prima opzione è quella di riportare gli italiani alle urne già a fine novembre. In subordine chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere all’inizio del 2014 per votare tra febbraio e marzo. In questo caso non eviterà l’addio al Senato, ma potrà scaricare sul Pd tutta la responsabilità di una Legge di Stabilità (quella che un tempo si chiamava Finanziaria) che dovrà imporre tagli e qualche tassa, e urlare all’assedio fiscale con
il prossimo aumento dell’Iva.
Un canovaccio ormai abusato. Ma che stavolta può essere stravolto. Dopo venti anni di dominio assoluto, nel centrodestra italiano è emersa una opposizione interna. Un gruppo che contesta le scelte del leader e dei suoi consiglieri. Berlusconi, del resto, non ha mai utilizzato gli organi di partito per stabilire una rotta o prendere una decisione. Il gruppo dirigente è sempre stato un ammennicolo privo di autonomia. Eppure il meccanismo sembra essersi inceppato. Come dice Moises Naìm, «il potere non è più quello di un tempo. È più facile da conquistare, più semplice da perdere».
L’ampiezza della spaccatura e della probabile scissione di Forza Italia determinerà allora il destino di questa legislatura e probabilmente anche le sorti del sistema politico italiano. Se infatti il gruppo “moderato” del Pdl, quello che ha preso le sembianze di Alfano, Lupi e Quagliariello, sarà in grado di garantire una maggioranza consistente al governo, allora è probabile che l’esecutivo di Letta andrà ancora avanti per diversi mesi. Da verificare, però, se questi esponenti berlusconiani riusciranno davvero a liberarsi del complesso del padre-padrone arrivando — anche emotivamente — a commettere quello che in politica è quasi una prassi: il “parricidio”. Abbandonare cioè il “padre politico”. Come, ad esempio, fece nel 1950 Amintore Fanfani con un padre della patria del livello di Alcide De Gasperi.
L’obiettivo del premier e del presidente della Repubblica, che si muove sempre più come il vero custode di questa compagine governativa, è di arrivare alla primavera del 2015. Superare dunque il semestre di presidenza dell’Unione europea. E di farlo cercando di permettere ai “dissidenti” di Forza Italia di dar vita ad un nuovo centro moderato. Magari insieme ai superstiti di Scelta civica. Un’operazione di questo tipo — nelle intenzioni del tandem Quirinale-Palazzo Chigi — avrebbe come finalità non solo quella di costruire un bipolarismo moderno con un polo conservatore non populista e demagogico, ma anche di archiviare definitivamente l’esperienza berlusconiana.
Il Cavaliere riprende vigore solo attraverso il lavacro elettorale. Che a suo giudizio pulisce anche le macchie giudiziarie. Senza il voto, invece, Berlusconi non solo dovrà fare i conti con tutte le sue scadenze processuali, ma anche con l’anagrafe visto che ieri ha spento ben 77 candeline. Insomma la vera posta di questa partita è costituita dalla conclusione del ventennio berlusconiano e dalla prospettiva di un assetto partitico “normale”, più vicino a quel che accade nel resto d’Europa. Un bipolarismo che non spaventi in Italia e in Europa.
Ma il disegno congegnato da Letta e Napolitano pone più di un interrogativo anche al centrosinistra. Può il Partito democratico
reggere l’urto di una “strana maggioranza” — anche se un po’ meno strana — che duri troppo a lungo? Soprattutto può sopportare Matteo Renzi l’idea di procrastinare a data da destinarsi il suo appuntamento con la sfida elettorale? Se questa legislatura andasse oltre il prossimo anno, se dunque si arrivasse al 2015, il sindaco di Firenze rischierebbe di arrivare sfibrato, logorato al voto. Il Pd dovrebbe ammettere di aver fatto scolorire la carta che da tutto il partito viene considerata vincente. Dovrebbe ammettere di non aver saputo battere Berlusconi nelle urne. Il “rottamatore”, infatti, vuole tornare alle elezioni il prossimo anno per questo. Sa che aspettare troppo a lungo scaricherebbe la sua forza innovativa e deprimerebbe il ruolo di “anti-Cavaliere”.
Non solo. Nel progetto di un centro moderato è insito il germe che può far venir meno la ragione sociale del Partito democratico. L’incontro tra la cultura riformista e cattolica. Una parte di questi cattolici potrebbe sentire l’attrazione di un centro potabile e affrancato dal berlusconismo. Il fascino di una rinascita democristiana può diventare una mina che colpisce le radici del Pd e provocare uno sconquasso anche nel campo progressista. E per il gruppo dirigente di Largo del Nazareno potrebbe essere un pericolo troppo grande per non correre ai ripari.


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